L’iter in Parlamento delle proposte di legge


In questa pagina diamo conto dell’iter legislativo delle proposte di legge (PDL) e dei disegni di legge (DDL)

(nota: le proposte di legge al Senato prendono il nome di disegni di legge)

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Proposta di legge contro l’omofobia e la transfobia

L’iter legislativo è stato avviato dalla Camera dei deputati il 6 giugno 2013. La commissione competente (Giustizia) ha preso in esame  la proposta di legge di questa campagna (n.245)  a prima firma dei deputati Scalfarotto (PD), Chimienti (M5S), Tinagli (Scelta civica), Zan (SEL). Nel corso dell’esame sono state abbinate anche le proposte di legge n. 1071 Brunetta (PDL) e n. 280 Fiano (PD).

La Commissione Giustizia ha adottato un testo base nella seduta del 9 luglio 2013.  Sul testo base della Commissione è possibile leggere la nota di Avvocatura per i Diritti LGBTI-Rete Lenford  e i testi a fronte delle disposizioni modificate.

La Camera ha spostato l’inizio dell’esame della proposta di legge in Aula dal 22 luglio al 26 luglio, con la formula “ove concluso dalla Commissione”.

 

A seguire i resoconti della Commissione aggiornati al 23 luglio 2013:

Seduta del 6 giugno 2013

Seduta del 12 giugno 2013

Seduta del 25 giugno 2013

Seduta del 26 giugno 2013

Seduta del 27 giugno 2013

Seduta del 2 luglio 2013

Seduta del 9 luglio 2013, adozione del testo base

Seduta del 17 luglio 2013 (antimeridiana), fascicolo degli emendamenti al testo base

Seduta del 17 luglio 2013 (pomeridiana)

– Seduta del 18 luglio 2013

Seduta del 22 luglio 2013 (antimeridiana)

Seduta del 22 luglio 2013 (pomeridiana)

——————Emendamento 1.500 dei Relatori, approvato dalla Commissione
——————Sub Emendamenti all’emendamento 1.500 dei Relatori
——————Sub Emendamenti segnalati dai Gruppi all’emendamento 1.500 dei Relatori

Seduta del 2 agosto 2013

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Proposte di legge in materia di matrimonio

L’iter legislativo è stato avviato dal Senato della Repubblica , con inizio effettivo il 18 giugno 2013.

Inizialmente l’iter legislativo interessava sei disegni di legge, abbinati nonostante concettualmente e praticamente disciplinino fattispecie diverse. Tre di esse chiedono l’estensione del matrimonio alle famiglie formate da due persone dello stesso sesso; le altre tre disciplinano patti tra conviventi, etero o omosessuali, con contenuti minimali (possono essere assimilati ai più noti DICO, DIDORE o CUS delle passate legislature). Queste ultime riguardano, quindi, una riforma del diritto di famiglia in senso più generale.
All’iter legislativo era stato attribuito il nome di “Norme in materia di unioni civili”, che non faceva riferimento nè all’una, nè all’altra tipologia di disegni di legge abbinati, se si assume come definizione più diffusa di ‘unione civile’, l’indicazione di un istituto giuridico che assegna la gran parte dei diritti e doveri nascenti dal matrimonio alle coppie formate da persone dello stesso sesso.

L’assenza della parola “matrimonio” nel titolo dell’iter legislativo, nonostante tre dei disegni di legge abbinati rechino l’estensione del matrimonio in senso egualitario, portava a ritenere che già a priori il legislatore non volesse estendere il matrimonio in senso egualitario e che l’abbinamento di questi disegni di legge fosse unicamente formale. Nelle sedute della commissione i relatori hanno posto il problema della disgiunzione dei diversi disegni di legge per consentire lo svolgimento di iter legislativi distinti.

Nella fase di avvio dell’iter legislativo dei disegni di legge abbinati, l’elemento più significativo contenuto nelle relazioni dei relatori è aver riconosciuto che il legislatore può estendere, con legge ordinaria, il matrimonio alle famiglie formate da persone dello stesso sesso.

I disegni di legge su cui era stato avviato un iter legislativo congiunto sono i seguenti:

1. LO GIUDICE (PD) ed altri. – Norme contro la discriminazione matrimoniale. (15)

2. ALBERTI CASELLATI (PDL) ed altri. – Modifiche al codice civile in materia di disciplina nel patto di convivenza. (197)

3. DE PETRIS (Gruppo Misto-SEL) ed altri. – Disposizioni in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio da parte delle coppie formate da persone dello stesso sesso. (204)

4. GIOVANARDI (PDL). – Introduzione nel codice civile del contratto di convivenza e solidarietà. (239)

5. BARANI e MUSSOLINI (PDL). – Disciplina dei diritti e dei doveri di reciprocità dei conviventi. (314)

6. ORELLANA (M5S) ed altri.  –  Modifiche al codice civile in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio in favore delle coppie formate da persone dello stesso sesso. (393)

– Relatori alla Commissione Monica CIRINNA’ (PD) e FALANGA (PDL).

Infatti, nella seduta del 2 luglio 2013, la Commissione Giustizia ha disposto il disabbinamento dei tre disegni di legge in materia di matrimonio sulle quali è subito stato avviato un iter legislativo autonomo.

I disegni di legge sono i seguenti:

1. LO GIUDICE (PD) ed altri. – Norme contro la discriminazione matrimoniale. (15)

2. DE PETRIS (Gruppo Misto-SEL) ed altri. – Disposizioni in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio da parte delle coppie formate da persone dello stesso sesso. (204)

3. ORELLANA (M5S) ed altri.  –  Modifiche al codice civile in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio in favore delle coppie formate da persone dello stesso sesso. (393)

 

A seguire i resoconti della Commissione aggiornati al 2 luglio 2013:
– Seduta del 5 giugno 2013
Seduta del 18 giugno 2013 (antimeridiana)
Seduta del 18 giugno 2013 (pomeridiana)
Seduta del 26 giugno 2013 (pomeridiana)
Seduta del 2 luglio 2013 (da questa seduta comincia l’iter legislativo esclusivamente sui disegni di legge in materia di matrimonio egualitario)

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Proposte di legge contro l’omofobia e la transfobia

Camera dei deputati

2° Commissione giustizia

Resoconti

Giovedì 6 giugno 2013

Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia.
C. 245 Scalfarotto e altri.
(Esame e rinvio).
La Commissione inizia l’esame del provvedimento.

Ivan SCALFAROTTO (PD), relatore, ricorda che Matthew Shepard nacque a Casper, nel Wyoming, il 1o dicembre 1976. Era il primo figlio di Dennis Shepard e Judy Peck Shepard. I suoi genitori vissero per un certo periodo in Arabia Saudita, dove suo padre lavorava per una compagnia petrolifera, così Matthew si diplomò presso la scuola americana in Svizzera. Poi si iscrisse a Scienze Politiche, all’Università dello Wyoming. Suo padre lo ricorda come un «giovane uomo ottimista e aperto, con un dono molto speciale che gli consentiva di stabilire una relazione praticamente con chiunque. Era un tipo di persona con cui era facile fare amicizia ed era uno sempre alla ricerca di nuove sfide. Matthew aveva una grande passione per l’uguaglianza ed era uno che non aveva paura di battersi per l’accettazione delle differenze tra le persone».
Secondo McKinney, Shepard chiese loro un passaggio a casa. Matthew fu derubato, picchiato selvaggiamente, legato ad una staccionata e lasciato lì a morire solo a causa della sua omosessualità. Matthew fu trovato 18 ore dopo da un ciclista di passaggio, che inizialmente lo aveva scambiato per uno spaventapasseri, vivo e in stato di incoscienza. Subito dopo la mezzanotte del 7 ottobre 1998 Matthew, che allora aveva 21 anni, incontrò in un bar Aaron James McKinney e Russell Arthur Henderson.
Matthew aveva una frattura dalla nuca fino oltre l’orecchio destro. Parte del cervello era stata danneggiata in modo tale da risultare compromessa la capacità del suo corpo di regolare il battito cardiaco, la temperatura corporea e altre funzioni vitali. C’era inoltre circa una dozzina di piccole ferite sulla testa, sul collo e sulla faccia. È stato riportato che Matthew era stato colpito con una violenza tale da ricoprire il suo volto completamente di sangue, ad eccezione di dove era stato lavato dalle sue stesse lacrime. I medici giudicarono le sue lesioni troppo gravi per poter essere operate. Matthew non riprese più conoscenza e rimase sempre in rianimazione. Morì alle 00.53 del 12 ottobre 1998 all’ospedale Poudre Valley a Fort Collins, in Colorado. La polizia arrestò McKinney e Henderson poco dopo, trovando l’arma insanguinata, le scarpe della vittima e la carta di credito nel loro camion.
Il 29 ottobre 2009 il Presidente Obama ha promulgato una legge che punisce l’odio nei confronti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender. Si chiama il Matthew Shepard Act.
Andrea, invece, era di Roma e aveva 15 anni. Si è ucciso nella sua città il 22 novembre del 2012, l’anno scorso. Lo ricordiamo tutti come «il ragazzo dai pantaloni rosa». Perché aveva, appunto, dei pantaloni rosa. E poi metteva lo smalto rosa, e aveva anche un quaderno, sempre rosa. Non sappiamo se fosse omosessuale oppure no. Sappiamo però che il suo comportamento non era quello giusto, quello che i suoi compagni di scuola si aspettavano da lui. Un ragazzo non mette lo smalto, non si veste di rosa. E infatti qualcuno sul muro della scuola aveva scritto: ’Non vi fidate del ragazzo con i pantaloni rosa, è frocio’. Così Andrea si è stretto una sciarpa intorno al collo, si è lasciato andare, ed è morto con i suoi 15 anni.
Il giorno dopo qualcuno scrisse su un blog: «Chiamatela pure omofobia se volete, anche se io ancora non riesco a capirlo questo termine. Omo-fobia: paura dei gay? Paura di chi viene periodicamente pestato a morte? Paura di chi subisce ogni giorno, sotto la nostra indifferenza, violenze psicologiche? A me più che paura sembra odio, perché l’odio è sempre più facile, perché l’amore deve essere corrisposto, l’odio no. Perché l’odio crea facilmente gruppo: si trova un bersaglio e gli si indirizza contro tutto il nostro odio, come se un odio condiviso fosse più giustificabile.»
Ecco. Negli Stati Uniti oggi esiste il Matthew Shepard Act. Qui da noi in Italia, no. Nessuno ha ancora dato una legge che ricordi Andrea e i suoi pantaloni rosa, e che aiuti a evitare che si ripetano casi come il suo. La legge per quelli coi pantaloni rosa non è ancora stata varata. Così come non è ancora stata varata una legge che protegga dall’odio le persone transessuali e transgender, un gruppo talmente odiato in tutto il mondo da essere l’unica minoranza che ha dovuto inventarsi una celebrazione, il TDOR (Transgender Day of Remembrance), per ricordare i propri morti, uccisi per ragioni di odio. Per chi ancora non lo sapesse, si celebra ogni 20 novembre, tutti gli anni, dal 1999.
È per questo che siamo qui, oggi. Per cominciare il cammino che ci conduca finalmente ad approvare una legge non tanto contro l’omofobia, la paura dei gay, ma contro l’odio verso di essi. Una legge di civiltà, in nessun modo ideologica, che serva in primo luogo a dire al Paese che la nostra comunità nazionale ripudia ogni forma di odio, incluso quello omofobico e transfobico. Una legge, poi, che spieghi bene che l’«omofobia» e la «violenza omofobica» sono due cose ben diverse. Perché l’omofobia, per essere tale, proprio come il razzismo, non richiede necessariamente la violenza fisica.
205 del 1993. 122 del 1993 (cosiddetto «Decreto Mancino»), convertito, con modificazioni, dalla legge n. 654 del 1975 (cosiddetta «Legge Reale») – che ha reso esecutiva la convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, fatta a New York il 7 marzo 1966 – legge poi modificata dal decreto-legge n. Il testo in esame non intende raggiungere il suo scopo creando una nuova fattispecie di reato, al contrario. Ciò che la proposta di legge intende fare è utilizzare norme già da tempo in vigore nel nostro ordinamento. Con la proposta di legge della quale discutiamo, infatti, si estendono alle discriminazioni fondate sull’identità sessuale della vittima i reati puniti dalla legge n.
In buona sostanza si vuole equiparare l’odio basato sull’orientamento sessuale, l’identità di genere o il ruolo di genere della vittima a quello, già riconosciuto e punito nel nostro ordinamento, basato su motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. In questo modo si rimuove l’irrazionale differenza che esiste nel nostro Paese, per esempio, tra l’apporre uno striscione gravemente razzista in uno stadio, il che può – almeno in teoria – configurare una condotta antigiuridica, e l’apporre il medesimo striscione, riportante le medesime parole di dileggio, nei confronti delle persone omosessuali. In questo caso non di reato si tratterebbe, ma di semplice espressione del pensiero, posto che la legge penale non prevede che l’omofobia sia una forma d’odio perseguita dalla legge. E posto che in una democrazia, in uno Stato di diritto, tutto ciò che non è vietato è, deve essere, permesso.
Sembra una cosa semplice, sulla quale essere tutti d’accordo, eppure non è così. La prima proposta per una legge per il contrasto all’omofobia e la transfobia fu depositata nel 1993 e dopo venti anni non ne abbiamo ancora una in vigore. Non vuole ritornare in questo momento alle vicende che hanno impedito a precedenti proposte di legge di giungere a buon fine, ma vuole richiamare alcune delle principali obiezioni che si sono sollevate come ostacoli all’approvazione di una legge così tanto attesa e così necessaria.
Si è spesso sostenuto, per esempio, che l’estensione della legge Mancino ad ipotesi in cui la condotta discriminatoria abbia a proprio fondamento l’omosessualità o transessualità della vittima possa comportare l’introduzione nell’ordinamento di un reato di opinione, in contrasto con i principi costituzionali.
Ebbene, in realtà questa preoccupazione non è fondata come risulta evidente dal solo fatto che la Corte Costituzionale non ha mai sancito l’illegittimità costituzionale della legge Reale-Mancino. La proposta in esame si limita ad estendere il contenuto di questa legge ad ulteriori ipotesi connesse alle condizioni personali della vittima oltre che a riportare la formulazione della fattispecie penale al testo antecedente alle modifiche apportate nel 2006, quando le condotte di «diffusione» e «incitamento» alla discriminazione sono state sostituite rispettivamente a quelle di «propaganda» ed «istigazione» del testo precedente.
A questo proposito ricorda che neanche la formulazione antecedente al 2006 era stata oggetto di censure di illegittimità costituzionale.
216 del 2003, che fa menzione anche dell’orientamento sessuale. In sostanza in molti di quegli esempi addotti per dimostrare l’incostituzionalità o, quanto meno, l’inopportunità dell’estensione della legge Reale-Mancino alla discriminazione nei confronti di omosessuali o transessuali, ciò che viene a mancare è la lesione del bene giuridico. 215 del 2003; nonché nella direttiva 2000/78/CE del Consiglio Europeo, recepita con il decreto legislativo n. Dalla stessa applicazione giurisprudenziale della «legge Reale-Mancino» risulta chiaro che molte delle ipotesi di scuola che vengono oggi richiamate per dimostrare i rischi dell’introduzione di reati di opinione sono in realtà dei casi che nel diritto penale vengono ricondotti alla categoria dei «reati impossibili», in quanto la condotta non sarebbe idonea a ledere o a porre in pericolo il bene giuridico protetto, così come questo si può evincere in via interpretativa dalla nozione di discriminazione per come questa risulta dall’ordinamento e, in particolare, dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo; dalla Convenzione di New York del 1966 sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale; dall’articolo 43, comma 1, del testo unico sull’immigrazione di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998, successivamente meglio puntualizzato nella direttiva 2000/43/CE del Consiglio Europeo, recepita con il decreto legislativo n.
Si è sostenuto poi che la locuzione «orientamento sessuale», pur ricorrendo in fonti di diritto internazionale e comunitario nonché di ordinamenti stranieri, dovesse essere adeguatamente definita prima di poter essere introdotta nell’ordinamento italiano, anche al fine di garantire il rispetto del principio costituzionale di determinatezza della fattispecie penale».
Considerato che con la proposta di legge in esame questa nozione è introdotta in una norma penale, opportunamente, per evitare dubbi di costituzionalità sotto il profilo della determinatezza della fattispecie, l’articolo 1 contiene la definizione di «identità sessuale», considerata come l’insieme, l’interazione o ciascuna delle seguenti componenti: sesso biologico, identità di genere, ruolo di genere e orientamento sessuale. Il testo specifica anche le nozioni di «identità di genere», «ruolo di genere» e «orientamento sessuale». È bene precisare che si tratta di definizioni che sono pacificamente riconosciuti dalla legislazione e dalle scienze psico-sociali, che nulla hanno in comune con comportamenti genericamente afferenti alla sfera sessuale.
E tuttavia è necessario inoltre ribadire che in ogni caso l’espressione «orientamento sessuale» è già presente nella legislazione italiana. Ad esempio:
Con riferimento alla parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, il D.Lgs. 216/2003, di attuazione della direttiva 2000/78/CE, stabilisce che parità implica assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta a causa della religione, delle convinzioni personali, degli handicap (o meglio: delle disabilità), dell’età o dell’orientamento sessuale (articolo 2).
276 del 2003, in materia di occupazione e mercato del lavoro, vieta poi in particolare alle agenzie per il lavoro e agli altri soggetti pubblici e privati di effettuare qualsivoglia indagine sull’orientamento sessuale dei lavoratori (articolo 10). Il decreto legislativo n.
165 del 2001 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), l’articolo 7 afferma che le pubbliche amministrazioni «garantiscono parità e pari opportunità tra uomini e donne e l’assenza di ogni forma di discriminazione, diretta e indiretta, relativa al genere, all’età, all’orientamento sessuale, alla razza, all’origine etnica, alla disabilità, alla religione o alla lingua, nell’accesso al lavoro, nel trattamento e nelle condizioni di lavoro, nella formazione professionale, nelle promozioni e nella sicurezza sul lavoro». Nel D.Lgs. n.
164 del 1982, recante «Norme in materia di rettificazione e attribuzione di sesso», afferma espressamente che il legislatore italiano ha accolto «un concetto di identità sessuale nuovo e diverso rispetto al passato, nel senso che ai fini di una tale identificazione viene conferito rilievo non più esclusivamente agli organi genitali esterni, quali accertati al momento della nascita ovvero «naturalmente» evolutisi, sia pure con l’ausilio di appropriate terapie medico-chirurgiche, ma anche ad elementi di carattere psicologico e sociale. Presupposto della normativa impugnata è, dunque, la concezione del sesso come dato complesso della personalità determinato da un insieme di fattori, dei quali deve essere agevolato o ricercato l’equilibrio, privilegiando – poiché la differenza tra i due sessi non é qualitativa, ma quantitativa – il o i fattori dominanti». 161 del 1985 della Corte Costituzionale. In questa sentenza il giudice costituzionale, facendo riferimento alla legge n. Bisogna inoltre fare riferimento alla fondamentale sentenza n.
L’identità sessuale che la proposta di legge in esame vuole tutelare è pertanto una nozione che ha già una valenza giuridica nel nostro ordinamento.
Un’altra obiezione che si è sollevata è quella della potenziale violazione dell’articolo 3 della Costituzione, che sancisce il principio di uguaglianza. Secondo i sostenitori di questa tesi, chi subisce violenza per ragioni di orientamento sessuale riceverebbe una protezione privilegiata rispetto a chi subisce violenza tout court. A questa obiezione deve rispondersi che, evidentemente, in questo caso ciò che rileva non è tanto la qualità soggettiva dell’identità sessuale della vittima del reato, quanto il motivo del reato stesso e cioè il fatto che il reo fosse stato spinto dall’odio omofobico o transfobico.
205 del 1993), la condotta di colui che effettui telefonate all’indirizzo della persona offesa – nella specie docente di storia e studiosa delle persecuzioni razziali antisemite avvenute in Italia durante l’occupazione nazista – prospettandole alcuni mali ingiusti, rientranti nel genere di quelli praticati in un lager nazista (stupro etnico razziale), e manifesti odio nei confronti del popolo ebraico ed esultanza per le persecuzioni di cui è stato vittima, considerato che la finalità di odio razziale e religioso – integrante l’aggravante in questione – sussiste n 122 del 1993, conv. in l. n. e 3 decreto-legge n. 563 della 5° sezione penale della Corte di Cassazione secondo la quale «Integra il reato di minaccia aggravato dalla circostanza della finalità di discriminazione o di odio etnico, razziale o religioso (articolo 612 cod. pen. Vale la pena citare a questo proposito la Sentenza 12 gennaio 2012, n.on solo quando il reato (nella specie minaccia) sia rivolto ad un appartenente al popolo ebraico, in quanto tale, ma anche quando sia indirizzato a coloro che, per le più diverse ragioni, siano accomunati dall’agente alla essenza e ai destini del detto popolo.
In ultimo non è inutile affrontare anche la più bizzarra delle obiezioni, quella per cui non vi sarebbe bisogno di estendere la Legge Mancino all’omofobia e alla transfobia in quanto già esiste nel codice penale una aggravante comune dei «futili motivi». A questa singolare teoria si può serenamente obiettare che una eventuale aggressione nei confronti di un gay, di una lesbica o di una persona transessuale o transgender è un atto grave che mina le fondamenta della società civile nella quale viviamo. In una democrazia e in uno Stato di diritto le persone, tutte, devono essere sempre libere di esprimere a pieno, nel rispetto della legge, la loro personalità. Va da sé quindi che il «motivo» in questo caso sarebbe non «futile» ma di inaudita gravità.
A conclusione della relazione ritiene opportuno fare riferimento alla normativa di stampo europeo in materia, affinché risulti chiaro sin dall’avvio di questo nuovo iter legislativo che non stiamo affrontando questioni stravaganti od anomale appunto, ma che stiamo invece trattando di «diritti», ed in particolare del diritto di ciascuna persona di essere appunto se stessa senza il rischio di essere discriminata.
E non potrà purtroppo sfuggire la responsabilità del gravissimo ritardo che il nostro legislatore – e cioè noi, onorevoli colleghi – porta nei confronti dei trattati e delle linee guida in tema di discriminazione dell’Unione Europea e delle legislazioni dei paesi nostri amici e partner nell’Unione.
Provvedimenti mirati alla specifica tutela di omosessuali e transessuali si rintracciano nell’ambito degli interventi attuati a livello europeo per prevenire ogni discriminazione fondata sull’orientamento sessuale.
In base all’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea (cd «Trattato di Lisbona»), l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, dell’uguaglianza e della tutela dei diritti umani.
L’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (dotata dello stesso valore giuridico dei Trattati) sancisce il divieto di qualsiasi discriminazione fondata sull’orientamento sessuale.
Inoltre, sempre il Trattato di Lisbona afferma, all’articolo 10, che «nella definizione e nell’attuazione delle sue politiche e azioni, l’Unione mira a combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale».
Il divieto di discriminazioni per motivi legati all’orientamento sessuale trova un ulteriore riferimento normativo nell’articolo 19. La disposizione prevede che «il Consiglio, deliberando all’unanimità secondo una procedura legislativa speciale e previa approvazione del Parlamento europeo, può prendere i provvedimenti opportuni per combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale».
La lotta contro l’omofobia costituisce peraltro una delle priorità del Programma 2010-2014 per lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia (Programma di Stoccolma), adottato dal Consiglio europeo nel dicembre 2009. Il Programma sottolinea in particolare che «poiché la diversità è una fonte di ricchezza per l’Unione, l’Unione e gli Stati membri devono garantire un ambiente sicuro in cui le differenze siano rispettate e i più vulnerabili siano tutelati. Occorre continuare a lottare con determinazione contro le discriminazioni, il razzismo, l’antisemitismo, la xenofobia e l’omofobia».
In questo quadro si collocano le più recenti iniziative adottate dalle istituzioni UE, con riferimento sia alla situazione all’interno degli Stati membri che all’azione esterna dell’Unione europea. In particolare, per quanto riguarda gli ultimi interventi legislativi dell’Unione, disposizioni volte a tutelare le persone in condizione di vulnerabilità in ragione del loro orientamento sessuale sono contenute nella direttiva 2011/95/UE recante norme sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo a beneficiare della protezione sussidiaria, sotto il profilo del riconoscimento della sussistenza di rischio di persecuzione. Lo stesso accade nella proposta di direttiva, tuttora in corso di esame da parte delle istituzioni europee, relativa a procedure per la concessione e la revoca dello status conferito dalla protezione internazionale (COM(2011)319).
Il tema della lotta all’omofobia è stato più volte affrontato dal Parlamento europeo che annualmente ha approvato risoluzioni volte a coinvolgere nella lotta all’omofobia le attività degli Stati membri e della Commissione europea. Si ricordano, ad esempio, la risoluzione sull’omofobia in Europa del 6 aprile 2007 con la quale il Parlamento ha chiesto alla Commissione di garantire che la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale in tutti i settori sia vietata completando il pacchetto legislativo contro la discriminazione basato sull’articolo 13 del trattato CE, «senza il quale lesbiche, gay, bisessuali e altre persone che si trovano a far fronte a discriminazioni multiple continuano ad essere a rischio di discriminazione».
Da ultimo, la risoluzione del Parlamento europeo del 24 maggio 2012, sulla lotta all’omofobia in Europa, «condanna con forza tutte le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere e deplora vivamente che tuttora, all’interno dell’Unione europea, i diritti fondamentali delle persone LGBT non siano sempre rispettati appieno; invita pertanto gli Stati membri a garantire la protezione di lesbiche, gay, bisessuali e transgender dai discorsi omofobi di incitamento all’odio e dalla violenza e ad assicurare che le coppie dello stesso sesso godano del medesimo rispetto, dignità e protezione riconosciuti al resto della società; esorta gli Stati membri e la Commissione a condannare con fermezza i discorsi d’odio omofobi o l’incitamento all’odio e alla violenza nonché ad assicurare che la libertà di manifestazione, garantita da tutti i trattati sui diritti umani, sia effettivamente rispettata» e «ritiene che i diritti fondamentali delle persone LGBT sarebbero maggiormente tutelati se esse avessero accesso a istituti giuridici quali coabitazione, unione registrata o matrimonio; plaude al fatto che sedici Stati membri offrono attualmente queste opportunità e invita gli altri Stati membri a prendere in considerazione tali istituti».
Ancor più recentemente, nella risoluzione adottata il 12 dicembre 2012 sulla situazione dei diritti fondamentali nell’UE, il Parlamento europeo ha invitato la Commissione e il Consiglio a:
Innanzi tutto di intervenire in modo più incisivo contro l’omofobia, la violenza e la discriminazione basate sull’orientamento sessuale, anche chiedendo ai sindaci e alle forze di polizia degli Stati membri di proteggere la libertà di espressione e di manifestazione in occasione delle marce dell’orgoglio LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender);
Ha chiesto poi di utilizzare i risultati dell’indagine in corso dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) al fine di dare finalmente seguito alle ripetute richieste da parte del Parlamento europeo e delle ONG;
E infine di presentare urgentemente la tabella di marcia dell’UE per l’uguaglianza fondata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere da adottare entro il 2014.
Con riferimento ai contenuti delle citate risoluzioni del Parlamento europeo, si ricorda che l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (Fundamental Rights Agency, FRA) ha pubblicato, nel luglio 2011, lo studio «Homophobia, Transphobia and Discrimination on Grounds of Sexual Orientation and Gender Identity in the EU Member States». Ulteriori conclusioni in materia, sulla base di una ricerca tuttora in corso, dovrebbero essere presentate nelle prossime settimane.
In tale studio, sottolineando come la legislazione e l’accettazione pubblica procedano di pari passo, l’Agenzia raccomanda di: a) sostenere gli impegni per una direttiva «orizzontale» in grado di garantire una equa tutela dalle discriminazioni di qualunque natura, comprese quelle basate sull’orientamento sessuale; b) garantire un livello di tutela contro gli episodi di omofobia e transfobia che sia pari a quello garantito nel caso di incitamento all’odio e reati ispirati dall’odio motivati da razzismo o xenofobia; c) garantire l’adeguata applicazione della tutela giuridica per le persone transgender già esistente e disposta dal diritto dell’Unione europea.
Per quanto riguarda le iniziative UE nel settore delle relazioni esterne, si segnala che nel giugno 2010 il Gruppo «Diritti umani» istituito in seno al Consiglio dell’Unione europea ha adottato uno strumentario per la promozione e la tutela dell’esercizio di tutti i diritti umani da parte di lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT).
Il documento contiene riferimenti agli strumenti giuridici internazionali e regionali, alle dichiarazioni e alle altre norme disponibili per la promozione e tutela dei diritti umani delle persone LGBT nonché una griglia di elementi di analisi e controllo al fine di valutare la situazione dei diritti umani delle persone LGBT. In tal modo il documento intende fornire al personale delle istituzioni dell’UE, delle capitali degli Stati membri, delle delegazioni, rappresentanze e ambasciate dell’UE, strumenti operativi da utilizzare nei contatti con i paesi terzi e con le organizzazioni internazionali (ONU, Consiglio d’Europa, OSCE) e della società civile al fine di promuovere e tutelare i diritti umani delle persone LGBT nell’ambito dell’azione esterna dell’UE.
Insomma, verrebbe da dire: «È l’Europa che ce lo chiede !», un’espressione spesso legata soltanto ai sacrifici economici che sono richiesti ai popoli europei e che invece dovrebbe avere a che fare anche con i diritti e la creazione di una società veramente rispettosa e inclusiva.
È da dire che anche da un veloce sguardo alla legislazione degli altri Paesi si coglie il ritardo della legislazione italiana nell’affrontare il tema del contrasto all’omofobia e transfobia. Diversi Stati europei hanno infatti introdotto nei loro ordinamenti, soprattutto nell’ultimo decennio, nuovi strumenti normativi idonei ad una migliore tutela legale contro la discriminazione per orientamento sessuale.
Per quanto riguarda, in particolare, la legislazione penale in materia di omofobia, gran parte dei paesi europei ha modificato le normative nazionali per adeguarle alla lotta contro la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale della vittima. Alcuni Stati hanno riconosciuto il principio di non discriminazione addirittura nelle loro Costituzioni o ne hanno esteso, in via interpretativa, l’applicazione alla discriminazione per omofobia, ma la maggior parte dei paesi europei hanno previsto esplicitamente il reato di discriminazione e/o hanno introdotto il movente omofobo quale circostanza aggravante per taluni reati.
Il Belgio consacra il principio di non discriminazione nella sua Costituzione (Costituzione, artt. 10 e 11), pur senza menzionare espressamente le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale. Dal 2003 il legislatore belga ha ampliato il campo delle discriminazioni condannabili, includendo con disposizioni specifiche a livello federale anche l’orientamento sessuale tra i motivi di discriminazione illegittima, ma è con il pacchetto di leggi federali anti-discriminazione del 2007 (legge del 10 maggio 2007) che ha previsto uno specifico «divieto di discriminazione» (articolo 3) nei settori della vita pubblica rientranti nel campo di applicazione della legge. Il legislatore belga non ha introdotto un generale «reato di discriminazione» fondato sull’orientamento sessuale per i cittadini comuni, ma ha previsto la penalizzazione di taluni atti e comportamenti discriminatori di natura omofobica (artt. 21-24). La legge del 2007 ha inoltre introdotto il movente fondato sull’orientamento sessuale tra le circostanze aggravanti per alcuni reati disciplinati dal Codice penale, quali aggressione, omicidio, stupro, stalking, incendio doloso, diffamazione e calunnia, profanazione di tombe, atti di vandalismo ed altri (artt. 377bis, 405quater, 422quater, 438bis, 453bis, 514bis, 525bis, 532bis, 534bis).
Anche le tre Comunità belghe (fiamminga, francofona e germanofona) e le Regioni (Bruxelles, Fiandre e Vallonia) hanno adottato, a partire dal 2002, diversi decreti nell’intento di assicurare coerenza legislativa con la normativa antidiscriminazione approvata a livello federale.
La Francia prevede norme direttamente applicabili alla lotta contro la omofobia. A partire dal 2003, il legislatore francese ha ammesso l’omofobia fra gli elementi identificativi per alcune infrazioni penali disciplinate dal Codice penale, come nel caso del reato di discriminazione (artt. da 225-1 a 225-4, articolo 432-7) ed ha riconosciuto la circostanza aggravante per i reati o delitti commessi in ragione dell’orientamento sessuale della vittima (articolo 132-77). Successivamente, nel 2004, ha disposto un aggravamento delle pene in caso di discriminazione, estendendo alle minacce, al furto e all’estorsione (artt. 222-18-1, 311-4 e 312-2) le fattispecie di reato cui può essere applicata la circostanza aggravante a carattere omofobo. Infine, nel 2012, il legislatore ha ulteriormente rafforzato la legislazione francese contro la discriminazione omofobica inserendo accanto a quello di «orientamento sessuale» anche il concetto di «identità sessuale» negli articoli dei Codici penale e di procedura penale, dei Codici del lavoro e dello sport e di alcune leggi, riguardanti reati o comportamenti motivati da discriminazione. È stato, ad esempio, modificato l’articolo 225-1 del Codice penale, in base al quale attualmente «costituisce una discriminazione ogni distinzione operata tra persone fisiche in ragione della loro origine, il loro sesso, la loro situazione familiare, il loro stato di gravidanza, la loro apparenza fisica, il loro patronimico, il loro stato di salute, il loro handicap, le loro caratteristiche genetiche, le loro tradizioni, il loro orientamento o la loro identità sessuale…». Sono altresì punite la provocazione non pubblica alla discriminazione, all’odio o alla violenza (articolo R625-7) e la la diffamazione e l’ingiuria non pubbliche nei confronti di una persona o un gruppo di persone in ragione dell’orientamento sessuale (art. R624-3 e R624-4).
Anche la legge francese del 29 luglio 1881 sulla libertà di stampa contiene disposizioni a carattere anti-discriminatorio, prevedendo i reati di provocazione pubblica alla discriminazione, all’odio o alla violenza (articolo 24), di diffamazione a mezzo stampa (o altro strumento di comunicazione) nei confronti di una persona o un gruppo di persone in ragione del loro orientamento sessuale, vero o presunto (articolo 32) e di ingiuria a mezzo stampa (o altro strumento di comunicazione) rivolta ad una persona o un gruppo di persone per motivi omofobici (articolo 33).
In Germania il reato di discriminazione per l’orientamento sessuale non è previsto in modo esplicito così come il motivo omofobico non è espressamente riconosciuto tra le circostanze aggravanti. Tuttavia il Codice penale (Strafgesetzbuch – StGB) (articolo 130, comma 1) punisce con la detenzione colui che, in maniera tale da disturbare la pace pubblica, incita all’odio o alla violenza contro elementi della popolazione o lede la dignità di altre persone attraverso insulti o offese e prevede una pena detentiva o una pena pecuniaria anche per chi commette gli stessi illeciti attraverso la diffusione di opere scritte (articolo 130, comma 2). Sebbene il Codice penale non faccia un esplicito riferimento al background omofobico di colui che perpetra il reato, nella definizione data all’articolo 130 rientra anche la discriminazione effettuata in ragione dell’orientamento sessuale. Anche per quanto riguarda le circostanze attenuanti e aggravanti che devono essere valutate dal giudice nel formulare una sentenza (Codice penale, articolo 46), non vi è una esplicita previsione rispetto all’omofobia, ma un generico richiamo alle motivazioni e finalità dell’atto oltre che alle convinzioni e agli intenti del reo.
Nei Paesi Bassi la Costituzione stabilisce che «è vietata ogni discriminazione fondata sulla religione, le convinzioni personali, le opinioni politiche, la razza, il sesso od ogni altro motivo» (articolo 1). Le parole «ogni altro motivo» furono inserite proprio per includere gli atti di discriminazione nei confronti delle persone omosessuali e la stessa giurisprudenza in materia ha in genere interpretato in tal senso il dettato dell’articolo 1. Né il Codice penale, né il Codice di procedura penale prevedono l’orientamento sessuale della vittima quale circostanza aggravante. Tuttavia dal 1° dicembre 2007 è in vigore una circolare del Public Prosecution Service (l’organo titolare dell’azione penale), che impone, al momento della formulazione della richiesta di pena, un aumento del 25 per cento della pena prevista per un determinato reato se questo è legato a una forma di discriminazione, inclusa quella relativa all’orientamento sessuale.
59/2007) ha introdotto alcune misure che rafforzano l’arsenale repressivo per combattere il fenomeno dell’omofobia. Il legislatore ha previsto il reato di incitamento alla discriminazione, all’odio e alla violenza verso persone fisiche, in ragione della loro razza, colore, origine etnica o nazionale, religione, sesso o orientamento sessuale (Codice penale, articolo 240) ed ha riconosciuto l’intento dell’omofobia come una circostanza aggravante per alcuni reati, quali l’omicidio aggravato (Codice penale, articolo 132) e l’offesa aggravata all’integrità fisica (Codice penale, articolo 145). Il Portogallo, con la riforma del 2004, ha incluso nella Costituzione l’orientamento sessuale fra i fattori vietati di discriminazione (Costituzione, articolo 13, comma 2) oltre alle diverse disposizioni che assicurano il rispetto del principio di eguaglianza e non discriminazione in diversi campi della vita economica, sociale e politica dei cittadini. Nel 2007 la riforma del Codice penale (Legge n.
Nel Regno Unito una specifica definizione dell’omofobia non è prevista in modo esplicito nei testi legislativi; il fenomeno ha tuttavia rilevanza penale nel quadro più generale della repressione dei reati connotati dall’odio razziale o religioso verso le vittime, così come dalla discriminazione del loro orientamento sessuale (hate crime) e il Governo ha adottato diverse iniziative in tema di omofobia nell’ambito di programmi di prevenzione. Il Crime and Disorder Act 1998 ha introdotto figure di reato connotate dall’odio diretto verso determinate caratteristiche della vittima, sue opinioni o inclinazioni personali e il Criminal Justice Act 2003 ha introdotto (articolo 146) alcune aggravanti per i reati suddetti, prevedendo un incremento di pena qualora l’atto criminoso sia ispirato dall’ostilità verso l’orientamento sessuale (anche solamente presunto) della persona offesa, al pari dell’odio razziale, etnico, religioso o riferito alla eventuale condizione di disabilità della vittima.
Più di recente, il Criminal Justice and Immigration Act 2008, con la modifica del Public Order Act 1986, ha ammesso l’aggravante dell’odio fondato sull’orientamento sessuale ed ha equiparato i relativi reati a quelli ispirati dall’odio religioso o razziale. La stessa legge, tuttavia, a tutela della libertà di espressione esclude dalla nozione di hatred on the ground of sexual orientation la formulazione di opinioni critiche riferite a determinate condotte o pratiche sessuali, oppure le esortazioni a modificare o a non porre in essere tali condotte o pratiche (Criminal Justice and Immigration Act 2008, articolo 74 e Schedule 16).
Applicando i criteri derivati da questa legislazione, il Crown Prosecution Service (CPS) – organo giudiziario titolare dell’esercizio dell’azione penale – ha dato una definizione dell’omofobia in un documento di indirizzo del 2007, Policy for prosecuting cases of homophobic and transphobic crime, affermando che l’elemento omofobico ricorre ogni volta che esso sia percepito come tale, indifferentemente, dal reo o dalla vittima – in ragione del suo presunto orientamento sessuale – oppure da terzi.
La Spagna prevede nel suo ordinamento norme specifiche relative alla discriminazione per motivi basati sull’orientamento sessuale della vittima. Il Codice penale spagnolo contiene, infatti, disposizioni riguardanti la discriminazione in base all’orientamento sessuale e considera il movente omofobico come circostanza aggravante di alcune infrazioni penali.
In particolare il Codice penale individua alcune fattispecie di reato connesse alla discriminazione per motivi omofobici (Capitolo IV, artt. 510-521). Sono puniti con pene detentive: i reati di incitazione all’odio e alla violenza contro gruppi e associazioni e di diffusione consapevole di informazioni false e ingiuriose su gruppi e associazioni, commessi anche in ragione dell’orientamento sessuale dei loro membri (articolo 510).
La discriminazione commessa da un incaricato di pubblico servizio è punita con una pena detentiva e con una multa, oltre ad una inabilitazione speciale all’impiego o carica pubblica per un periodo variabile; le pene sono aumentate in caso di reato commesso da un funzionario pubblico (articolo 511).
È punito con l’interdizione dall’esercizio della professione, occupazione, impresa o commercio, per un periodo variabile a seconda della gravità, il rifiuto da parte di privati nell’esercizio delle loro attività professionali o manageriali di fornire le loro prestazioni per motivi legati, tra l’altro, agli orientamenti sessuali a soggetti che ne abbiano diritto (articolo 512).
Il codice penale spagnolo considera inoltre illegali le associazioni «che promuovano o ispirino discriminazione, odio o violenza contro persone, gruppi o associazioni sulla base … dell’orientamento sessuale» (articolo 515, 5) e prevede specifiche pene sia per i fondatori, direttori e presidenti di tali associazioni, sia per i membri attivi (articolo 517).
Il Codice penale considera poi il movente omofobico come circostanza aggravante di alcune infrazioni penali. L’articolo 22, punto 4, prevede, tra le circostanze aggravanti, il fatto che il delitto sia commesso per motivi razzisti, antisemiti o altro tipo di discriminazione riferita all’ideologia, religione o credenza della vittima, l’etnia, razza o nazione a cui appartenga, orientamento o identità sessuale, la malattia o la disabilità. Il Codice penale detta, inoltre, disposizioni sulla discriminazione dei lavoratori in base, tra l’altro, al loro «orientamento sessuale» (articolo 314).
Infine la Legge 49/2007, in materia di pari opportunità, non discriminazione ed accessibilità universale per le persone disabili, considera tra le «infrazioni molto gravi» i comportamenti gravi (conductas calificadas como graves) generati da odio o disprezzo legati all’orientamento sessuale (articolo 16, comma 4, lettera e).
L’Italia ricopre insomma senza alcun dubbio l’incomodo ruolo di fanalino di coda sul tema dei diritti delle persone LGBT in Europa e nel mondo occidentale. Sempre più paesi occidentali, non solo quelli pienamente industrializzati ma anche quelli dell’America Latina riconoscono piena uguaglianza ai cittadini LGBT e alle loro famiglie. La piramide dei bisogni di Maslow come molti di voi sapranno prevede che l’essere umano, una volta soddisfatti bisogni più elementari, si rivolga al soddisfacimento di bisogni più sofisticati: dai bisogni fisiologici si passa ai bisogni di sicurezza, poi a quelli di affetto, a quelli di stima e di successo e, infine, a quelli di realizzazione personale. Le persone omosessuali, bisessuali e trans in Italia sono ancora alle prese con il bisogno molto basilare della sicurezza. Non parliamo di una piccola minoranza: l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che il 5 per cento della popolazione mondiale sia gay, lesbica, bisessuale o trans, senza significative differenze di latitudine o di status sociale. E come accade sempre in tema di diritti, lo abbiamo visto con i provvedimenti assunti in questa legislatura in tema di violenza contro le donne, è possibile con questa legge dare un segnale di inclusione e di rispetto non solo alle persone interessate ma a tutto il paese. È uno di quei casi in cui la norma penale ha un effetto simbolico che contribuisce a costruire la modernità di un paese e la cultura di una comunità. È nella consapevolezza di questa occasione e di questa responsabilità, che augura a tutti i colleghi buon lavoro.

Donatella FERRANTI, presidente, avverte che l’onorevole Leone sostituisce l’onorevole Bianconi per l’esame del provvedimento in titolo. Esprime quindi l’auspicio che la Commissione compia un percorso condiviso e che tale condivisione, a differenza di quanto accaduto nella precedente legislatura, possa trovare riscontro anche nell’esame in Assemblea.

Antonio LEONE (PdL), relatore, osserva come la Commissione debba proseguire un lavoro iniziato nelle precedenti legislature ma non completato, perché non sfugge che la caratterizzazione della fattispecie presenta delle criticità tecniche che egli stesso intende evidenziare nel prosieguo dei lavori e per il buon fine dell’esame del provvedimento. Sottolinea come, al di là del trasporto emotivo, sia necessaria la condivisione per redigere un testo tecnicamente ineccepibile.
Si riserva quindi di illustrare la propria relazione nella prossima seduta.

Alessandro ZAN (SEL) quale secondo firmatario della proposta di legge in esame, esprime soddisfazione per l’inizio dell’iter in Commissione e dichiara di avere molto apprezzato la relazione del collega Scalfarotto, nella quale sono evidenziate adeguatamente anche le sollecitazioni che provengono dall’Europa sin dagli anni ’90.
Osserva come la «Legge Mancino» abbia superato il vaglio della Corte costituzionale e sia una legge completa, idonea a tutelare la categoria di cittadini in questione, che subisce continue discriminazioni. Dichiara di parlare quale cittadino e deputato omosessuale e di conoscere molti amici che hanno subito violenze. Ritiene che occorra aprire una nuova pagina nel nostro Paese, per evitare ogni violenza omofoba, ogni forma di discriminazione quotidiana rappresentata, ad esempio, dal bullismo nelle scuole e anche quelle forme di «omofobia istituzionale», alimentate dall’assenza di una specifica norma di legge. Ritiene che gli appelli del Presidente della Repubblica e delle alte cariche istituzionali debbano indurre a non arretrare in questa battaglia di civiltà. Auspica quindi che nelle prossime sedute si possano dipanare tutte le questioni che sono alla base delle criticità del testo.

Michela MARZANO (PD) evidenzia la necessità di lasciare da parte le questioni ideologiche e sottolinea alcuni punti che ritiene importanti. Sotto il profilo della libertà di opinione, che sarà alla base di una parte delle obiezioni che saranno mosse nei confronti del provvedimento, ritiene che si debba distinguere tra opinione e linguaggio dell’odio, considerandoli come diversi atti linguistici. Quanto alla violazione dell’articolo 3 della Costituzione, che sarà prevedibilmente alla base di ulteriori obiezioni, ritiene che si debba tenere ferma la nozione aristotelica per cui situazioni uguali vanno trattate in modo uguale e situazioni diverse devono essere trattate in modo diverso. Ritiene quindi che si possa ricorrere a mezzi non ideologici, ma filosoficamente strutturati, per affrontare la discussione e trovare punti di convergenza.

Francesca BUSINAROLO (M5S) dichiara di avere ascoltato con grande interesse la relazione del collega Scalfarotto e ritiene che la cultura del Paese debba cambiare, che gli italiani debbano maturare. Evidenzia come molti colleghi del MoVimento 5 Stelle abbiano sottoscritto la proposta di legge e dichiara che anche lei la sottoscriverà. Fa presente che il suo gruppo valuterà con molta attenzione il provvedimento, anche tenendo conto delle indicazioni che provengono della Corte costituzionale e da Amnesty International, e che sarà disponibile a discutere e a trovare punti di incontro.

Il sottosegretario Cosimo FERRI dichiara di avere ascoltato con interesse la relazione dell’onorevole Scalfarotto.
Ricorda come recentemente, nel luglio 2011, siano state accolte dall’Assemblea due questioni di pregiudizialità basate sul principio di uguaglianza (articolo 3Cost) e sul principio di legalità (articolo 25, comma 2, Cost.); e che in precedenza, il 13 ottobre 2009, la Camera aveva approvato una questione pregiudiziale di costituzionalità dal seguente tenore: «la disposizione viola il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione con riferimento al canone della ragionevolezza in quanto … ne conseguirebbe che chi subisce violenza, presumibilmente per ragioni di orientamento sessuale, riceverebbe una protezione privilegiata rispetto a chi subisce violenza tout court. Si introdurrebbe quindi un trattamento diverso nella commissione di delitti non colposi senza alcuna ragionevole giustificazione».
A suo avviso, si tratta di questioni non insuperabili.
Da un lato, infatti, il cosiddetto argomento della «discriminazione alla rovescia» è sconfessato sol che si ponga mente ai dati statistici più recenti sugli «hate crimes» i quali testimoniano la diffusione e la pervasività della violenza omofobica, deponendo nel senso di una condizione di debolezza e di vulnerabilità di un gruppo comprovata, altresì, dalle acquisizioni criminologiche sulla gravità dei crimini d’odio omofobico, condizione che l’imperativo dell’uguaglianza non solo suggerisce, ma impone di tutelare, secondo un principio di tutela differenziata delle situazioni oggettivamente diverse, in ossequio al principio di ragionevolezza.
D’altro canto, l’esperienza comparata, soprattutto francese (ove è prevista l’aggravante qualora il reato sia commesso in ragione dell’orientamento sessuale della vittima e l’autonoma figura di reato della discriminazione intesa come «qualsiasi distinzione operata fra le persone fisiche in ragione anche dell’orientamento sessuale») mostra inequivocabilmente come il principio di legalità-precisione può essere adeguatamente rispettato anche in questa materia, per così dire sensibile.
Dunque, non solo il legislatore penale può, ma deve impegnarsi nella definizione di ciò che costituisce atto di discriminazione.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, rinvia il seguito dell’esame ad altra seduta.

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Mercoledì 12 giugno 2013. — Presidenza del presidente Donatella FERRANTI. — Intervengono i sottosegretari di Stato alla giustizia Giuseppe Berretta e Cosimo Ferri.

La seduta comincia alle 10.50.

Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia.

C. 245 Scalfarotto.

(Seguito dell’esame e rinvio).

La Commissione prosegue l’esame del provvedimento, rinviato nella seduta del 6 giugno 2013.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, ricorda che nella scorsa seduta si è svolta la relazione dell’onorevole Ivan Scalfarotto e che oggi si procederà alla relazione dell’altro relatore, onorevole Antonio Leone.

Antonio LEONE (PdL), relatore, rileva, come ha già precisato il collega Scalfarotto, come il tema della lotta contro l’omofobia e la transfobia sia stato già affrontato sia a livello comunitario sia dagli ordinamenti di altri Paesi europei.

Per quanto attiene all’Italia, non vi è una normativa specifica volta a punire le condotte omofobiche. Nelle ultime legislature il Parlamento si è occupato più volte espressamente della questione, senza tuttavia giungere all’approvazione di una legge in materia. In particolare, sono state respinte dall’Assemblea alcune proposte che sono state ritenute non conformi al dettato costituzionale. Da più parti, anche sotto la spinta di gravi fatti di cronaca che sembrano ripetersi sempre più frequentemente, si ravvisa l’urgenza di intervenire in materia prevedendo anche per l’Italia una normativa penale specifica contro l’omofobia e la transfobia. La questione, a ben vedere, non è tanto, o, forse sarebbe meglio dire non è soltanto, la valutazione dell’opportunità di inserire nel nostro ordinamento tale normativa, quanto, piuttosto, verificare come la legge penale possa affrontare il tema del contrasto dell’omofobia o transfobia.

Il testo in esame segue la via della modifica della legge Reale – Mancino, ampliando le ipotesi discriminatorie al caso in cui la condotta sia motivata dall’identità sessuale della vittima.

L’articolo 1 della proposta di legge fornisce le definizioni volte ad individuare il bene giuridico tutelato, in ossequio al principio di tassatività in base al quale il fatto che dà luogo all’applicazione di una pena deve essere previsto in modo espresso, definendone i contenuti in termini di ragionevole certezza e delineando con precisione i confini della sua applicabilità.

In particolare, si spiega cosa si debba intendere per «identità sessuale» e per le sue componenti «identità di genere», «ruolo di genere» e «orientamento sessuale».

La Commissione dovrà valutare se le specifiche definizioni contenute nell’articolo 1 siano sufficientemente determinate, considerato che viene fatto riferimento a delle nozioni che potrebbero suscitare forti dubbi interpretativi in sede di applicazione della norma penale. Ad esempio, occorre verificare se l’attrazione emotiva e non anche sessuale possa rientrare nella nozione penale di orientamento sessuale. In merito al ruolo di genere occorre verificare in che cosa consista l’aspettativa sociale connessa all’essere uomo o donna.

Occorre verificare se lo sforzo sia sufficiente.

L’articolo 2, poi, estende i reati puniti dalla legge 13 ottobre 1975, n. 654 (che ha reso esecutiva la convenzione internazionale di New York del 1966 sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale) anche agli atti di discriminazione motivati dall’identità sessuale della vittima.

Si introduce una nuova tipologia di discriminazione che appare in linea con quanto disposto dall’articolo 3 della Costituzione, laddove si afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale senza distinzione di «sesso, razza, lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

Evidenzia, tra l’altro, come tale normativa, originariamente prevista per le sole condotte di discriminazione razziale, sia in passato (con il d.l. n. 122 del 1993, convertito dalla legge n. 205 del 1993) già stata estesa alla discriminazione per motivi religiosi.

In proposito ricorda come, nella scorsa legislatura, il testo di una precedente proposta di legge avente ad oggetto analogo argomento (A.C. 2802) è stato respinto dall’Assemblea a seguito dell’approvazione di una questione pregiudiziale per motivi di costituzionalità.

In particolare, è stata evidenziata una presunta violazione dell’articolo 3 della Costituzione con riferimento al canone della ragionevolezza, nella misura in cui si sarebbe offerta una protezione privilegiata alla persona offesa in ragione del proprio orientamento sessuale, a differenza di altre situazioni ugualmente meritevoli di tutela (reati commessi in ragione delle condizioni di handicap o di malattia della parte offesa o della sua età anziana).

È stato altresì evidenziato come un’eventuale estensione della legge n. 205 del 1993 (legge Mancino) alle discriminazioni per motivi di orientamento sessuale «segnerebbe la tracimazione dal diritto penale del fatto ad un inaccettabile diritto penale dell’atteggiamento interiore: da una sanzione che segue un comportamento concreto ad una sanzione con aggravante che segue un dato intimistico» (cfr. questione di pregiudiziale n. 2 Bertolini ed altri).

Per quanto concerne la condotta, l’articolo 2 estende l’ambito applicativo della fattispecie ex articolo 3 della legge n. 654 del 1975, sostituendo le attività più circoscritte di «propaganda» e «istigazione» con quelle più ampie di «diffusione» ed «incitamento». Sotto un profilo penalistico non sembra possano muoversi rilievi, dal momento che si modifica la norma con riferimento a tutte le forme di discriminazione, non solo a quella relativa all’orientamento sessuale. Per di più si reintroduce una terminologia che già connotava la fattispecie di reato prima delle modifiche apportate dalla legge 24 febbraio 2006, n. 85.

Lo stesso può dirsi per la modifica relativa alle sanzioni: la norma in oggetto elimina la pena pecuniaria di euro 6.000 alternativa a quella della reclusione, introdotta, a sua volta, dalla legge n.85 del 2006.

L’articolo 3 si limita a coordinare le modifiche apportate alla legge n. 654 del 1975 con quelle al decreto legge n. 122 del 1993, convertito con la legge 25 giugno 1993, n. 205 estendendo, anche in questo caso, le misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica, religiosa alla discriminazione motivata dall’identità sessuale della vittima.

La medesima estensione viene operata con riferimento alla circostanza aggravante di cui all’articolo 3 del decreto-legge n. 122/93 che aumenta fino alla metà la pena prevista per «i reati commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità».

Con riferimento a tale circostanza aggravante l’articolo 3 prevede un’ulteriore modifica sostituendo la parola «finalità,» di discriminazione con il termine «motivi». Tale ultima correzione sembra volta a evitare che i reati commessi con motivazioni discriminatorie, quale che sia la condizione discriminata, siano considerati reati di dolo specifico i quali pongono notevoli problemi di accertamento, di non facile soluzione, in capo all’autorità giudicante.

L’articolo 4 introduce l’articolo 1-bis dopo l’articolo 1 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122. In sostanza con tale operazione si scorpora una delle sanzioni accessorie, già previste dai commi 1-bis e seguenti dello stesso decreto-legge quali pene facoltative, rendendola obbligatoria.

A seguito di tale modifica, dunque, il giudice, in caso di condanna per uno dei reati ex articolo 3 legge n. 654 del 1975, deve sempre applicare la pena accessoria dell’obbligo di prestare un’attività non retribuita in favore della collettività per finalità sociali o di pubblica utilità e può eventualmente irrogare anche una o più delle altre pene accessorie previste dai commi 1-bis e seguenti: tale meccanismo potrebbe determinare il rischio di una diminuzione della determinazione della pena principale (reclusione) in considerazione della obbligatorietà della pena accessoria.

Ancora una volta la modifica riguarda tutti i reati di discriminazione, non solo quelli motivati dall’orientamento sessuale. Inoltre è stata prevista la possibilità di svolgere l’attività non retribuita anche «in favore di associazioni di tutela delle persone omosessuali, bisessuali, transessuali o transgender».

Sotto il profilo della costruzione della norma, osserva che in generale l’attività non retribuita è prevista come sanzione sostitutiva della pena detentiva per alcune categorie di reati (ad esempio, guida sotto l’influenza di alcol o di stupefacenti), nel qual caso ha la stessa durata che avrebbe avuto la pena detentiva. Inoltre è prevista quale sanzione principale applicabile dal giudice di pace, ma solo su richiesta dell’imputato e per un termine non superiore a 6 mesi.

Quanto alla durata della sanzione accessoria, osserva che è stata notevolmente incrementata dall’articolo in esame portandola da un massimo di 12 settimane originarie ad un periodo compreso tra 6 mesi ed 1 anno (ciò potrebbe essere considerato eccessivo anche alla luce della obbligatorietà di tale sanzione).

L’articolo 5, infine, modifica la disciplina applicativa della circostanza aggravante prevista per i reati commessi per motivi di discriminazione e già estesa, dall’articolo 3 della proposta di legge in esame, anche alle ipotesi di discriminazione per motivi relativi all’identità sessuale della vittima.

La formulazione attualmente in vigore è volta a non consentire che l’aggravante possa essere posta nel nulla dal potere discrezionale del giudice mediante il suo annullamento a seguito del giudizio di equivalenza o addirittura di prevalenza delle attenuanti. Si è cioè inteso escludere soltanto la prevalenza o l’equivalenza delle attenuanti rispetto alle aggravanti ma non la loro applicazione. Infatti la norma prevede solo che le eventuali diminuzioni di pena «si operano sulla quantità di pena risultante dall’aumento conseguente alla predetta aggravante».

Nella nuova formulazione, invece, si esclude in assoluto la possibilità di applicare attenuanti affermando che «la circostanza aggravante è sempre considerata prevalente sulle ritenute attenuanti»: questo meccanismo meriterebbe la necessaria riflessione sotto il profilo tecnico in quanto le eventuali attenuanti non avrebbero mai la possibilità di essere applicate dal giudice, così impedendo una gradazione adeguata della pena in relazione alla gravità del fatto ed alla personalità del reo. Anche in questo caso, infatti, occorre verificare se la modifica della normativa vigente sia pienamente conforme al dettato costituzionale in quanto determina una presunzione assoluta di maggiore gravità relativamente all’aggravante in esame rispetto a qualsiasi altra circostanza attenuante.

Osserva conclusivamente come si tratti di una legge importante, interessante, per l’esame della quale appare necessario il contributo tecnico di tutti.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, rinvia il seguito dell’esame ad altra seduta, che si svolgerà al termine della seduta delle Commissioni riunite II e VIII prevista per oggi.

La seduta termina alle 11.10.

(La seduta si interrompe per 50 minuti)

SEDE REFERENTE

Mercoledì 12 giugno 2013. — Presidenza del vicepresidente Carlo SARRO. — Intervengono i sottosegretari di Stato alla giustizia Giuseppe Berretta e Cosimo Ferri.

La seduta comincia alle 12.10.

Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia.

C. 245 Scalfarotto.

(Rinvio del seguito dell’esame).

La Commissione prosegue l’esame del provvedimento, rinviato nella seduta odierna.

Carlo SARRO, presidente, nessuno chiedendo di intervenire rinvia il seguito dell’esame ad altra seduta.

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Martedì 25 giugno 2013. — Presidenza del presidente Donatella FERRANTI. — Interviene il sottosegretario di Stato alla giustizia Cosimo Ferri.

La seduta comincia alle 14.55.

Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia.
C. 245 Scalfarotto.
(Rinvio del seguito dell’esame).
La Commissione prosegue l’esame del provvedimento, rinviato nella seduta del 12 giugno 2013.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, nessuno chiedendo di intervenire, rinvia il seguito dell’esame ad altra seduta.

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Mercoledì 26 giugno 2013. — Presidenza del presidente Donatella FERRANTI. — Interviene il sottosegretario di Stato alla giustizia Cosimo Ferri.

La seduta comincia alle 14.45.

Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia.
C. 245 Scalfarotto.
(Seguito dell’esame e rinvio – Abbinamento della proposta di legge C. 1071 Brunetta).
La Commissione prosegue l’esame del provvedimento, rinviato nella seduta del 25 giugno 2013.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, avverte che è stata assegnata alla Commissione la proposta di legge C. 1071 Brunetta, che interviene in parte sullo stesso tema oggetto della proposta di legge n. 245 Scalfarotto, la discriminazione legata all’orientamento sessuale, sia pure in maniera diversa. Non vi è quella identità di materia che consentirebbe l’abbinamento d’ufficio, tuttavia non si può non rilevare che si tratti di una proposta che non può essere esaminata autonomamente e parallelamente rispetto a quella presentata dall’onorevole Scalfarotto. In caso contrario si rischierebbero sovrapposizioni. Per tale ragione occorre sottoporre alla Commissione la scelta di procedere o meno all’abbinamento.
Il contenuto della proposta di legge è lineare: si aggiunge una nuova circostanza aggravante a quelle di natura generale previste dall’articolo 61 del codice penale. Ogni delitto sarebbe aggravato qualora il fatto fosse commesso per i motivi di discriminazione di cui all’articolo 10 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
Ricorda, in primo luogo, che il Trattato di Lisbona, ratificato dall’Italia il 31 luglio 2008 (legge 2 agosto 2008, n. 130), ha posto, fra gli obiettivi fondamentali dell’Unione europea, la lotta all’esclusione sociale e alle discriminazioni. Ai sensi dell’articolo 10 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), risultante dalle modifiche apportate al Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1o dicembre 2009, costituiscono fattori di discriminazione vietati il sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le condizioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale. La proposta di legge, quindi, si basa sulla considerazione che la legislazione vigente, attraverso la cosiddetta legge Mancino, si limita a sanzionare solo alcune condotte discriminatorie (quelle motivate dalla etnia, nazionalità, razza e religione), lasciandone fuori altre previste dall’articolo 10 del trattato di Lisbona, quali quelle motivate dal sesso, dalle condizioni personali, dalla disabilità, dall’età o dall’orientamento sessuale.
La proposta di legge n. 1070, quindi, rappresenta una modalità diversa di affrontare la questione dell’omofobia. Sottolinea come non sia questo il momento di fare valutazioni sul merito, in quanto si tratta unicamente di valutare l’opportunità dell’abbinamento, e come tale scelta non pregiudichi in alcun modo il seguito dell’esame di merito e l’ulteriore scelta che condurrà all’adozione di un testo base. Propone quindi l’abbinamento della proposta di legge C. 1071 Brunetta.

Ivan SCALFAROTTO (PD), relatore, pur sottolineando la diversità di impostazione tra la sua proposta di legge e la proposta di legge C. 1071 Brunetta, dichiara di essere favorevole all’abbinamento di quest’ultima.

Alfonso BONAFEDE (M5S) dichiara di essere favorevole all’abbinamento della proposta di legge C. 1071 Brunetta, che ha le medesime finalità della proposta di legge C. 245 Scalfarotto.

Nessun altro chiedendo di intervenire, la Commissione delibera di abbinare la proposta di legge C. 1071 Brunetta alla proposta di legge C. 245 Scalfarotto.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, rinvia il seguito dell’esame ad altra seduta.

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Giovedì 27 giugno 2013. — Presidenza del presidente Donatella FERRANTI. — Interviene il sottosegretario di Stato alla giustizia Cosimo Ferri.

Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia.
C. 245 Scalfarotto e C. 1071 Brunetta.
(Seguito dell’esame e rinvio – Abbinamento della proposta di legge C. 280 Fiano).
La Commissione prosegue l’esame del provvedimento, rinviato nella seduta del 26 giugno 2013.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, avverte che alle proposte di legge C. 245 Scalfarotto e C. 1071 Brunetta viene abbinata la proposta di legge C. 280 Fiano.

Ivan SCALFAROTTO (PD), relatore, osserva come tra la sua proposta di legge n. 245 e la proposta di legge del collega Fiano vi siano notevoli punti di contatto, riservandosi di illustrarne il contenuto nella prossima seduta.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, fa presente che i provvedimenti in esame potrebbero essere inseriti nel calendario dei lavori dell’Assemblea per il mese di luglio. Invita quindi i relatori a presentare una proposta di testo base entro la prossima settimana. Nessun altro chiedendo di intervenire, rinvia il seguito dell’esame ad altra seduta.

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Martedì 2 luglio 2013. — Presidenza del presidente Donatella FERRANTI. — Interviene il sottosegretario di Stato alla giustizia Cosimo Maria Ferri.

La seduta comincia alle 12.15.

Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia.
C. 245 Scalfarotto, C. 1071 Brunetta e C. 280 Fiano.
(Seguito dell’esame e rinvio).
La Commissione prosegue l’esame del provvedimento, rinviato nella seduta del 27 giugno 2013.
Donatella FERRANTI (PD), presidente, ricorda che i provvedimenti in esame sono iscritti nel calendario dei lavori dell’Assemblea a partire dal 22 luglio prossimo e invita quindi i relatori a presentare una proposta di testo base entro martedì prossimo, al fine di poter concludere celermente l’esame preliminare e fissare il termine per la presentazione degli emendamenti.
Ivan SCALFAROTTO (PD), relatore, ritiene che la proposta di testo base possa essere presentata anche prima di martedì prossimo.
Antonio LEONE (PdL), relatore, dichiara la propria disponibilità ad elaborare con il correlatore Scalfarotto una proposta di testo base entro martedì prossimo.
Donatella FERRANTI (PD), presidente, nessun altro chiedendo di intervenire, rinvia il seguito dell’esame ad altra seduta.

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Martedì 9 luglio 2013. — Presidenza del presidente Donatella FERRANTI. – Interviene il sottosegretario di Stato alla giustizia Cosimo Maria Ferri.

La seduta, sospesa alle 13.20, è ripresa alle 15.15.

Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia.
C. 245 Scalfarotto, C. 1071 Brunetta e C. 280 Fiano.
(Seguito dell’esame e rinvio – Adozione del testo base).

La Commissione prosegue l’esame del provvedimento, rinviato nella seduta del 2 luglio 2013.
Donatella FERRANTI (PD), presidente, avverte che i relatori hanno presentato una proposta di testo base (vedi allegato 3).
Antonio LEONE (PdL), relatore, precisa che la proposta di testo base è il frutto della semplificazione della proposta di legge C. 245, finalizzata anche a ridurre al minimo l’impatto sulla cosiddetta «legge Mancino».
Ivan SCALFAROTTO (PD), relatore, sottolinea come nella redazione della proposta di testo base sia stato compiuto uno sforzo di semplificazione e chiarificazione volto ad ottenere la massima convergenza possibile.
Donatella FERRANTI (PD), presidente, dichiara concluso l’esame preliminare e pone in votazione la proposta dei relatori di adottare come testo base il testo unificato delle proposte di legge C. 245 Scalfarotto, C. 1071 Brunetta e C. 280 Fiano.

La Commissione approva la proposta dei relatori (vedi allegato 3).

Donatella FERRANTI (PD), presidente, fissa il termine per la presentazione degli emendamenti alle ore 15 di martedì 16 luglio 2013. Rinvia quindi il seguito dell’esame ad altra seduta.

La seduta termina alle 15.20

 

ALLEGATO 3
al resoconto della sedutaMartedì 9 luglio 2013.

Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia. C. 245 Scalfarotto, C. 1071 Brunetta e C. 280 Fiano.

TESTO UNIFICATO ADOTTATO COME TESTO BASE
 Norme in materia di discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere.

 Art. 1
(Orientamento sessuale e identità di genere).

 Ai fini della legge penale si intende per:

a) «Orientamento sessuale» l’attrazione nei confronti di una persona dello stesso sesso, di sesso opposto o di entrambi i sessi;

b) «Identità di genere» la percezione che una persona ha di sé come appartenente al genere femminile o maschile, anche se opposto al proprio sesso biologico.

Art. 2
(Modifiche all’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654).

1. All’articolo 3, della legge 13 ottobre 1975, n.654, e successive modificazioni, sono abrogate le parole «o con la multa fino a 6.000 euro».

Art. 3
(Norme in materia di discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere della vittima).

 1. In conformità a quanto disposto in materia di discriminazioni dall’articolo 10 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, le disposizioni dell’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e successive modificazioni, e le norme del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, si applicano integralmente anche in materia di discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere della vittima.

Art. 4
(Modifiche al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205).

1. Dopo l’articolo 1 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, è inserito il seguente:

Art. 1-bis.
(Attività non retribuita a favore della collettività).

1. Con la sentenza di condanna per uno dei reati previsti dall’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e successive modificazioni o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, il tribunale dispone la sanzione accessoria dell’obbligo di prestare un’attività non retribuita a favore della collettività per finalità sociali o di pubblica utilità, secondo le modalità stabilite ai sensi del comma 2.

2. L’attività non retribuita a favore della collettività, da svolgersi al termine dell’espiazione della pena detentiva per un periodo tra sei mesi e un anno, deve essere determinata dal giudice con modalità tali da non pregiudicare le esigenze lavorative, di studio o di reinserimento sociale del condannato.

3. Possono costituire oggetto dell’attività non retribuita a favore della collettività: la prestazione di attività lavorativa per opere di bonifica e restauro degli edifici danneggiati con scritte, emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui al comma 3 dell’articolo 3, L. 13 ottobre 1975, n. 654; lo svolgimento di lavoro a favore di organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, quali quelle operanti nei confronti delle persone diversamente abili, dei tossicodipendenti, degli anziani, degli extracomunitari o a favore delle associazioni a tutela delle persone omosessuali.

4. L’attività può essere svolta nell’ambito e a favore di strutture pubbliche o di enti ed organizzazioni privati.».

 2. Entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministro della giustizia determina, con proprio decreto, le modalità di svolgimento dell’attività non retribuita a favore della collettività di cui all’articolo 1-bis del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205.

3. All’articolo 1 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205 sono abrogati i commi 1-bis, limitatamente alla lettera a), 1-ter, 1-quater, 1-quinquies e 1-sexies.
* Sul testo base è possibile leggere la nota di Avvocatura per i Diritti LGBTI-Rete Lenford  e i testi a fronte delle disposizioni modificate.

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Mercoledì 17 luglio 2013 (antimeridiana).— Presidenza del presidente Donatella FERRANTI. – Interviene il sottosegretario di Stato alla giustizia Cosimo Maria Ferri.

La seduta comincia alle 10.45.

Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia.
C. 245 Scalfarotto, C. 1071 Brunetta e C. 280 Fiano.
(Seguito dell’esame e rinvio).

La Commissione prosegue l’esame del provvedimento, rinviato nella seduta del 9 luglio 2013.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, ricorda che i provvedimenti in esame sono iscritti nel calendario dei lavori dell’Assemblea a partire da lunedì 22 luglio prossimo. Avverte che sono stati presentati emendamenti al testo in esame (vedi allegato 1).

Ivan SCALFAROTTO (PD), relatore, in considerazione dell’elevato numero di emendamenti presentati ed al fine di poterli esaminare in modo adeguato, chiede di rinviare il seguito dell’esame dei provvedimenti ad una seduta postmeridiana.

Antonio LEONE (PdL), relatore, si associa alla richiesta del correlatore Scalfarotto.

Alessandro PAGANO (PdL) ritiene che in considerazione dell’importanza e delicatezza del tema in esame, sia necessario che la Commissione disponga del tempo necessario per approfondire. Ritiene altresì opportuno che si attenda l’esito della riunione della Conferenza dei presidenti di gruppo, che potrebbe anche posticipare l’inizio dell’esame in Assemblea dei provvedimenti.

Enrico COSTA (PdL) sottolinea come, a prescindere dall’esito della riunione della Conferenza dei presidenti di gruppo, non si possa trascurare che il provvedimento è iscritto nel calendario dei lavori dell’Assemblea con la clausola «ove concluso», cioè a condizione che la Commissione ne abbia concluso l’esame, e come la Commissione disponga di una autonomia decisionale forte, non sussistendo un obbligo di portare il provvedimento in Aula.

Nicola MOLTENI (LNA) dichiara di condividere i rilievi dell’onorevole Costa ed evidenzia come l’importanza del tema trattato e la rilevante quantità di emendamenti presentati renda opportuno un supplemento di istruttoria. Tiene a precisare, peraltro, come la posizione del proprio gruppo non abbia alcuna finalità dilatoria, avendo presentato solo sei emendamenti. Fa presente, inoltre, di avere presentato anche un emendamento volto ad introdurre una circostanza aggravante, sia pure in modo non particolarmente convinto e ritenendo che questa sia una soluzione meno dannosa rispetto a quella proposta nel testo base. Sottolinea, infine, come questa rappresenti un’apertura inedita da parte della Lega Nord.

Walter VERINI (PD) ritiene giusto che si discuta e che si rifletta e perciò il gruppo del PD aderisce alla richiesta dei relatori. Ribadisce, peraltro, la ferma volontà del proprio gruppo di far sì che il provvedimento sia approvato dall’Assemblea entro la pausa estiva.

Tancredi TURCO (M5S) dichiara che non vi è opposizione alla richiesta dei relatori, ma sottolinea come anche il gruppo del M5S ritiene che il provvedimento debba essere approvato entro la pausa estiva.

Stefano DAMBRUOSO (SCpI) condivide in linea di principio l’orientamento tendente all’approvazione del provvedimento entro la pausa estiva ma, secondo una visione più pragmatica, qualora si ponesse la scelta tra concludere l’iter del provvedimento in esame oppure di quelli in materia di diffamazione entro la pausa estiva, il proprio gruppo considererebbe prioritari i secondi.

Donatella FERRANTI, presidente, preso atto della richiesta dei relatori e di quanto emerso dal dibattito, anche con riferimento all’esigenza di attendere gli esiti della riunione della Conferenza dei presidenti di gruppo, dispone il rinvio del seguito dell’esame alla seduta che verrà convocata oggi alle ore 14.

La seduta termina alle 11.

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Mercoledì 17 luglio 2013 (pomeridiana). — Presidenza del presidente Donatella FERRANTI. – Interviene il sottosegretario di Stato alla giustizia Cosimo Maria Ferri.

La seduta comincia alle 14.35.

Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia.
C. 245 Scalfarotto, C. 1071 Brunetta e C. 280 Fiano.
(Seguito dell’esame e rinvio).

La Commissione prosegue l’esame del provvedimento, rinviato nella seduta antimeridiana.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, avverte che nell’ambito della riunione appena conclusa dell’ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, tenuto conto dell’esito della Conferenza dei presidenti di gruppo, che ha rinviato l’inizio dell’esame in Assemblea dei provvedimenti in oggetto dal 21 al 26 luglio prossimo, ed in considerazione delle richieste avanzate dai gruppi, che possono essere sintetizzate conciliando l’esigenza di svolgere un supplemento di istruttoria con l’esigenza di concludere l’esame in Commissione in tempo utile per consentire l’inizio dell’esame in Assemblea nel termine del 26 luglio, si è stabilito quanto segue: la Commissione sarà convocata domani 18 luglio, alle ore 10, e lunedì 22 luglio, alle ore 11, per proseguire e concludere l’esame degli emendamenti; il testo sarà quindi inviato alle Commissioni competenti per l’espressione del parere ed il mandato al relatore a riferire all’Assemblea sarà conferito entro giovedì 25 luglio.

Edmondo CIRIELLI (FdI) ricorda che la seduta della Commissione in sede referente era stata convocata alle ore 14 di oggi e dichiara di non condividere la scelta della presidente Ferranti che ha, invece, aperto i lavori pomeridiani della Commissione con una riunione dell’Ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, ai quali egli non ha potuto partecipare attivamente, non essendo il suo gruppo rappresentato in Commissione e, quindi, non potendo egli fare parte neanche dell’organo in questione. Sottolinea come tale scelta, a suo giudizio non democratica, gli ha impedito di prendere la parola per avanzare , sin dall’inizio dei lavori pomeridiani della Commissione, una richiesta che ritiene assolutamente prioritaria. Ritiene, infatti, indispensabile che la Commissione svolga un’indagine conoscitiva sui provvedimenti in esame, nell’ambito della quale siano auditi i rappresentanti di associazioni cattoliche e islamiche.

Donatella FERRANTI, presidente, ritiene superfluo soffermarsi sull’utilità e sul carattere intrinsecamente democratico della scelta di aprire i lavori pomeridiani con una riunione dell’organo competente, tra l’altro, ad adeguare l’organizzazione dei lavori della Commissione a fatti nuovi, circostanze sopravvenute e richieste dei gruppi, determinando quindi una razionalizzazione dei tempi e dei passaggi procedurali della quale tutti i colleghi potranno beneficiare.

Con riferimento alla richiesta dell’onorevole Cirielli, che egli ha potuto democraticamente avanzare in questa sede, ricorda come nell’ambito dell’ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, si sia deciso ab origine di non procedere ad audizioni, atteso che il tema Pag. 125in questione è stato più che adeguatamente istruito e approfondito nelle precedenti legislature, anche con lo svolgimento di numerose audizioni.

Enrico COSTA (PdL) rileva come i provvedimenti in esame pongano dei problemi di merito e non certo delle esigenze di ulteriore approfondimento con audizioni. Sottolinea come la Commissione sia a conoscenza di tutte le problematiche relative al tema in questione e ritiene che potrebbe essere opportuno, semmai, recuperare parte della documentazione raccolta all’esito delle audizioni svolte nella precedente legislatura.

Alfonso BONAFEDE (M5S) ricorda come nella Commissione Giustizia si sia abituati a trattare di libertà fondamentali, al fine di garantirne il rispetto, e rileva come la Commissione abbia svolto un’istruttoria rispettosa delle esigenze espresse dai gruppi nonché un esame adeguato. Ritiene, quindi, che si possa serenamente proseguire nell’esame dei provvedimenti in oggetto, senza timore alcuno di ledere libertà fondamentali, meno che mai la libertà religiosa, che non comprende per quale motivo dovrebbe essere implicata nel caso di specie.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, nessun altro chiedendo di intervenire, rinvia il seguito dell’esame ad altra seduta.

La seduta termina alle 14.45.

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Giovedì 18 luglio 2013. — Presidenza del presidente Donatella FERRANTI. — Interviene il sottosegretario di Stato alla giustizia Cosimo Maria Ferri.

La seduta comincia alle 14.10.

Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia.
C. 245 Scalfarotto, C. 1071 Brunetta e C. 280 Fiano.
(Seguito dell’esame e rinvio).

La Commissione prosegue l’esame del provvedimento, rinviato nella seduta del 17 luglio 2013.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, invita i colleghi che vi abbiano interesse ad intervenire sul complesso degli emendamenti. Ricorda che i provvedimenti in esame sono iscritti nel calendario dei lavori dell’Assemblea a partire dal 26 luglio prossimo.

Edmondo CIRIELLI (FdI) illustra gli emendamenti da lui presentati, evidenziandone il numero limitato e precisando di non avere alcun intento ostruzionistico. Si sofferma quindi sulla necessità condivisa anche dal suo gruppo di punire in modo più severo gli atti di violenza e discriminazione nei confronti delle persone omosessuali.
Ritiene, tuttavia, che il testo in esame debba essere profondamente modificato.
Sopprimendo, in primo luogo, gli articoli 1 e 2. Come soluzione alternativa a quella indicata nel testo, propone l’introduzione di una circostanza aggravante comune ovvero di limitare l’applicazione dell’articolo 3 del testo base al solo articolo 3, comma 1, lettera b) della cosiddetta legge Mancino, per evitare che si sconfini nell’ambito dei reati di opinione. Quanto all’articolo 4, ritiene che il giudice debba valutare caso per caso, discrezionalmente, l’applicazione del la sanzione del lavoro di pubblica utilità, riducendo ne ad un mese la durata minima.

Paola BINETTI (SCpI) nell’illustrare gli emendamenti presentati, premette come non siano in discussione il rispetto della persona e la riprovazione di ogni forma di violenza, anche motivata dall’omosessualità della vittima.
Ritiene, tuttavia, che il testo in esame presenti numerose perplessità, legate soprattutto alla definizione di fattispecie di reato di opinione, con il rischio conseguente di limitare la libertà di pensiero e di creare un effetto discriminatorio nei confronti di un’intera cultura.
Si domanda quindi se, in applicazione delle disposizioni in esame, sia discriminatorio prevedere, ad esempio, che in una squadra di calcio non possa giocare una donna o che una persona con un sesso diverso da quello previsto non possa partecipare ad un seminario ovvero se potrà continuare a prevedere corsi di preparazione al matrimonio per sole coppie eterosessuali. Si domanda se nel mondo scientifico e del pensiero psichiatrico si potrà ancora discutere dell’omosessualità come disturbo dell’identità di genere.
Sottolinea quindi come dalla formulazione della norma non risulti tracciata una chiara linea di confine tra libertà di pensiero e istigazione alla violenza. E come ciò finisca inevitabilmente per avere ripercussioni sul mondo scientifico, sul mondo cattolico e, ad esempio, sulle associazioni che si occupano di adozioni, ove si manifestasse l’opinione che le coppie omosessuali non possono adottare figli.
Ritiene quindi che il provvedimento possa costituire una «legge-ponte» proprio per estendere agli omosessuali la disciplina delle adozioni e del matrimonio. Anche per questo motivo ritiene che il provvedimento non sia assolutamente condivisibile.

Alessandro PAGANO (PdL) dichiara di dare per scontato che il Parlamento non andrà in ferie senza aver prima approvato la legge cosiddetta antiomofobia. Ciò perché lunedì prossimo il provvedimento verrà votato in Commissione e subito dopo – probabilmente la settimana successiva – ci sarà l’approvazione dell’Aula.
Osserva come finora nessuno dal Palazzo abbia espresso serie riserve verso la nuova normativa – anzi, il testo base prossimo a essere votato viene dalla unificazione di tre proposte di legge, una delle quali del Pdl, primo firmatario il capogruppo Brunetta –, è da immaginare un iter rapido anche al Senato. È giusto così: che cosa mai saranno quisquilie come incentivi seri allo sviluppo, la sorte dell’Imu o dell’aumento dell’Iva, o le emergenze sociali e di ordine pubblico per le quali non si hanno strumenti adeguati ? È tutto secondario ! La priorità del momento è annientare le discriminazioni omofobe: è questione di civiltà. Esattamente come la legalizzazione dell’incesto, divenuta operativa col decreto legislativo varato dal Governo nei giorni scorsi (esercitando una delega votata con legge dal precedente Parlamento nel novembre 2012) è stata presentata come la fine della differenza tra figli di serie A e figli di serie B.
Ritiene che si debba provare ad uscire dagli slogan e guardare che cosa dice la legge che sta per passare: in modo automatico essa estende la «legge Mancino» del 1993 alle «discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere della vittima». La «legge Mancino», a sua volta, punisce con la reclusione fino a un anno e mezzo chi «propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico» o istiga in tale direzione, e con la reclusione fino a quattro anni chi istiga a commettere o commette
violenza o atti di provocazione per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi. La stessa legge vieta ogni associazione che fra i propri scopi abbia quelli appena indicati: per chi ne fa parte la reclusione è fino a quattro anni; per chi le promuove fino a sei anni. Il tutto accompagnato da una serie di previsioni sul sequestro e sulla confisca dei mezzi adoperati per compiere tali attività. Il testo in esame estende queste disposizioni, come si è detto, alle «discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere della vittima».
Si domanda dunque quale sarà l’area di applicazione della nuova disciplina. È lecito domandarselo non solo per curiosità accademica (che pure non manca: uno dei cardini del diritto penale è la precisione della norma incriminatrice e qui si va molto sul generico), ma anche per capire come si può evitare una imputazione, per es., di propaganda di discriminazione che abbia questa motivazione. Il testo unificato qualche aiuto lo fornisce, attraverso la definizione delle espressioni che introduce nel sistema penale; all’articolo 1 chiarisce che «orientamento sessuale» è «l’attrazione nei confronti dello stesso sesso, di sesso opposto, o di entrambi i sessi», e che invece «identità di genere» è «la percezione che una persona ha di sé come appartenente al genere femminile o maschile, anche se opposto al proprio sesso biologico». Appare chiaro che si archivia un sistema fondato, per senso di realtà e per garanzia, su dati oggettivi. Diventano penalmente rilevanti, con conseguenze non lievi, viste le sanzioni in discussione, due elementi, entrambi soggettivi e transitori: la «percezione di sé» quanto al genere, «anche se opposto al proprio sesso biologico» e «l’attrazione» verso il proprio o l’altro o entrambi i sessi. Curiosità soddisfatta ? Teme di no.
Poiché il diritto vive se concretamente applicato, immagina qualche ricaduta delle nuove disposizioni su casi specifici.
Esempio n.1. Il parroco organizza il corso di preparazione al matrimonio. Spiega che la famiglia è quella fondata sull’unione permanente fra un uomo e una donna, che non è immaginabile altro tipo di unione, e aggiunge che non sta bene assecondare «l’attrazione» verso persone dello stesso sesso, o anche di altro sesso se si tratta di persona diversa dalla propria moglie, e infine che non funziona nemmeno la versione bisex. Di più, aggrava la situazione quando, a domanda di un nubendo se ciò di cui parla è materia di peccato, risponde che gli «atti impuri contro natura» costituiscono uno dei quattro peccati che «gridano vendetta al cospetto di Dio» (copyright: Catechismo della Chiesa cattolica). A Rocco Buttiglione una decina d’anni fa una affermazione di questo tipo costò l’incarico di commissario europeo; al nostro parroco, con la nuova legge, può costare un po’ di carcere. Qualcuno mette la firma perché a nessun p.m. venga in mente una bella incriminazione di «propaganda» fondata su «discriminazione» per «orientamento sessuale» ?
Esempio n. 2. Il docente di psicologia insegna ai suoi allievi che «la percezione che una persona ha di sé» come appartenente a un genere «opposto al proprio sesso biologico» è qualcosa da affrontare con equilibrio e delicatezza, sapendo che provoca non poco disagio a chi la vive. Ma può essere positivamente risolta, superando situazioni difficili, come in più d’un caso è accaduto. Chi assicura che quel docente potrebbe continuare a tenere lezione, e non trasferirsi, anche lui, in un luogo più ristretto, nel quale riflettere con maggior tempo a disposizione ?
Esempio n. 3. Riguarda chi sta salendo e chi pubblica considerazioni come quelle che sta tentando di illustrare. Lascia alla fantasia di chi legge arricchire la casistica.
Attenzione: l’articolo 4 del testo Scalfarotto-Brunetta-Fiano (sono i primi firmatari delle proposte originarie) si preoccupa saggiamente, dopo il profilo della repressione, di quello della rieducazione. A chi viene condannato per i fatti prima indicati viene inflitta pure una sanzione accessoria: quella di «prestare un’attività non retribuita a favore della collettività per finalità sociali» per un periodo fra tre mesi e un anno. Tra tali attività, è prescritto che vi sia pure «lo svolgimento di
lavoro (…) a favore delle associazioni a tutela delle persone omosessuali». Dunque, per il parroco del corso prematrimoniale, per il docente di psicologia e per chi parla, chiuse le porte del carcere, si aprirebbero quelle di lavoro «obbligatorio e gratuito» in un centro di rieducazione. Questa legge, dunaue, non è contro la religione ma è contro la libertà e la ragionevolezza.
La Commissione ha adottato il testo base del provvedimento contro l’omofobia e la transfobia, testo che andrà all’esame dell’Aula il prossimo 26 luglio. In previsione di tale importante passaggio parlamentare, i Giuristi per la Vita – insieme a La Nuova Bussola Quotidiana – lanciano un appello per fermare questa iniziativa legislativa, che rischia seriamente di avere gravi ripercussioni sui diritti fondamentali dell’uomo riconosciuti dalla nostra Costituzione, tra cui il diritto alla libertà di pensiero (articolo 21), alla libertà religiosa (articolo 19), principio di tassatività (articolo 25) e principio di uguaglianza (articolo 3).
Si sofferma quindi ad illustrare i profili di incostituzionalità del provvedimento in esame, come evidenziati ed argomentati dal professor Mauro Ronco, Ordinario di diritto penale presso l’Università di Padova.
L’introduzione nell’ordinamento di nuove fattispecie che sanzionino penalmente le discriminazioni o l’istigazione a discriminazioni per motivi inerenti all’orientamento sessuale va contro il principio, condiviso dalla quasi totalità della dottrina, del «diritto penale minimo» e del diritto penale come «extrema ratio». Un razionale dispiegamento della sanzione penale, onerosa per la società, per il sistema giudiziario e per i cittadini, nonché scarsamente efficace sul piano pratico a cagione della notevole complessità del procedimento postulato per la comminazione e l’esecuzione della pena, importa che il legislatore si attenga a un costante self restrainement, che lo trattenga dal minacciare la sanzione quando essa non sia assolutamente indispensabile per la tutela di beni giuridici di importanza essenziale per la pacifica convivenza sociale.
La discriminazione è un concetto di assai vasta latitudine, che consiste, a tenore della normativa internazionale (cfr. per esempio Direttiva 2000/78/CE dell’Unione Europea del 27 novembre 2000), in un qualsiasi comportamento che sfocia in un trattamento di una persona in guisa meno favorevole di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata un’altra persona in una situazione analoga. A questo concetto di discriminazione, detta «diretta», va giustapposta una nozione di discriminazione «indiretta», che si verifica allorché una disposizione, un criterio o una prassi apparentemente neutri possono mettere in una situazione di svantaggio determinate persone rispetto ad altre. Alla stregua di questo latissimo concetto di discriminazione è chiaro quanto immenso spazio sia guadagnato a favore dell’intervento della sanzione penale, se dovesse integrare reato qualsiasi discriminazione o istigazione alla discriminazione per motivo di orientamento sessuale. Solo per esemplificare, la madre che cercasse di persuadere la figlia di non sposare una persona che manifesti un orientamento «bisessuale», rappresentandole i rischi per la formazione di un nucleo familiare stabile, potrebbe essere responsabile del reato di istigazione alla discriminazione per motivo di orientamento sessuale. Allo stesso modo il padre che rifiutasse di affittare al figlio un appartamento di sua proprietà per la ragione che quest’ultimo intenderebbe utilizzarlo per la convivenza con una persona dello stesso sesso – ove fosse provato che il medesimo genitore sarebbe disponibile ad affittarlo se il figlio fosse intenzionato a convivere con una donna –, potrebbe essere responsabile del reato di discriminazione per motivo di orientamento sessuale.
Tali aberranti conseguenze, come tante altre dello stesso genere, limiterebbero in modo inaccettabile sia la libertà di espressione del pensiero sia la libertà e l’autonomia delle persone nell’esercizio dei propri diritti e nella regolazione dei propri interessi, con violazione dei diritti fondamentali di libertà statuiti soprattutto dagli artt. 21 e 30 della Costituzione. Né può trascurarsi la possibile violazione degli artt. 18 e 19 della Costituzione, con riferimento alla libertà di associarsi e alla libertà di professare la propria fede religiosa, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, con il solo limite del buon costume. Invero, (1) se qualsiasi indicazione espressiva di un giudizio critico, sul piano scientifico, etico ed educativo, di determinati orientamenti sessuali; (2) se qualsiasi dottrina religiosa, che sostenesse la contrarietà al diritto naturale degli orientamenti sessuali, diversi da quello eterosessuale; (3) se qualsiasi espressione educativa, che si ponesse sullo stesso solco concettuale; se tutte queste forme espressive e i comportamenti pratici conseguenti fossero sottoposti a rischio di sanzione penale, grandemente offese sarebbero la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà di educazione, la libertà religiosa, la libertà di associazione.
Se poi si giustapponesse, come fanno i testi dei progetti di legge oggetto di esame, al motivo dell’orientamento sessuale il motivo dell’ «identità di genere», con tutte le manifestazioni contestative dell’identità sessuale dell’uomo e della donna, come maschio e femmina, che sono conosciute nella letteratura dei gender studies, soprattutto nel movimento queer, e che sono praticate in alcuni gruppi umani, si giungerebbe al paradosso che sarebbe impossibile la critica nei confronti del discorso negazionista della alterità sessuale, nonché nei confronti di alcuni comportamenti sessuali, ancora oggi annoverati tra le parafilie, come, per esempio, il sadismo e il masochismo.
Le discriminazioni ingiuste per ragioni di orientamento sessuale trovano la loro sanzione nel ripristino della situazione della giusta uguaglianza, attraverso una tutela giurisdizionale che assicuri la parità di trattamento, senza alcuna necessità di minacciare la sanzione penale.
La previsione dei reati di discriminazione per motivi di orientamento sessuale violerebbe anche, per la sua assoluta genericità e indeterminatezza, il principio di legalità e di tassatività del precetto penale, statuito all’articolo 25 comma 2 della Costituzione.
Il precetto penale è determinato quando sia caratterizzato dalla pregnanza rispetto a un fenomeno sociale determinato e circoscritto, del cui disvalore la grandissima parte dei cittadini sia consapevole. Il precetto non è dotato di questo carattere quando l’oggetto evocato dalla norma non abbia contorni precisi, tanto che la stessa possa trovare applicazione in situazioni tra loro molto diverse. Prevedere delitti di discriminazione significa assumere come oggetto di norme penali situazioni diversissime tra loro. Tutta la vita dell’uomo, tutte le sue scelte sono scelte di qualcosa piuttosto che di qualcosa d’altro; scelte di qualcuno al posto di qualcun altro; scelte di un fine piuttosto che di un altro. In queste scelte, spesso consce, ma talora anche inconsce, agiscono pulsioni che sono radicate nella profondità dell’anima. Prevedere la sanzione penale per ogni caso di discriminazione significherebbe proiettare la minaccia dell’intervento coattivo dello Stato su ogni scelta dell’uomo che dia corso a tendenze o a pulsioni corrispondenti all’autonomia personale.
La previsione come delitto della discriminazione per motivi di orientamento sessuale viene fatta comunemente rientrare tra i delitti definiti di «odio» e, per questa via, viene vista come il complemento dei delitti di «odio» per motivi etnici, razziali o religiosi. Dalla assimilazione sorge il rilievo critico secondo cui chi contrasterebbe concettualmente la riforma sarebbe necessariamente in contrasto con il diritto vigente, che prevede, appunto, delitti di «odio» per motivi etnici, razziali o religiosi.
Osserva in via generale che la previsione dei delitti di «odio» rischia di sovvertire il principio del «diritto penale del fatto», che contraddistingue la nostra civiltà giuridica ed è imposto dagli artt. 25 comma 2 e 27 comma 3 della Costituzione, poiché centrerebbe il diritto penale sul dato etico e intimo concernente la motivazione «riprovevole» della persona. L’odio, peraltro, è una tra le passioni che compongono naturalmente la psicologia umana, che fanno da tramite e assicurano il legame tra la vita sensibile e la vita morale della persona. Il timore del male causa l’odio, l’avversione e lo spavento del male futuro. L’odio, pertanto, come ogni emozione o sentimento, in sé stesso non è né buono né cattivo, ma riceve la sua qualificazione morale dall’oggetto cui si riferisce. È moralmente malvagio quel sentimento di odio, che, una volta volontariamente accettato dal soggetto, conduca a una azione moralmente cattiva. Intanto, dunque, è punibile una espressione di «odio», in quanto conduca a una azione moralmente cattiva. Alla luce di queste essenziali precisazioni, ci si rende conto di quanto rischiosa, per la garanzia della libertà dei cittadini, sia la previsione dei delitti di «odio», che implicano necessariamente uno scandaglio approfondito in ordine ai moventi intimi, talora inconsci, che stanno alla base delle azioni umane. L’accoglimento da parte dell’ordinamento di tipologie delittuose così intensamente centrate sui moventi intimi dell’azione implicherebbe una eticizzazione incongrua ed eccessiva del diritto penale. Al riguardo si noti che molti delitti sono espressione di «odio» contro la persona. Si pensi tra tutti all’omicidio, che spesso trova la sua origine in tale movente. Eppure tale movente non è previsto in alcun ordinamento come elemento aggravatore del fatto.
I delitti previsti dalla cosiddetta legge Mancino, che sanzionano la «Discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi» costituiscono, pertanto, una eccezione nel corpo del «diritto penale del fatto», che trovano giustificazione, per un verso, nella pregnanza concettuale, legata a ragioni storiche ben precise, delle discriminazioni di tipo etnico o razziale o religioso e, per un altro verso, nella connotazione violenta che tendono ad assumere, nella esperienza concreta, le azioni discriminatorie compiute per tali motivi. Invero, per quanto la violenza non sia ripetuta nella descrizione analitica delle fattispecie, tale concetto costituisce il criterio interpretativo essenziale della punibilità di tali condotte, come risulta dalla stessa rubrica della norma, che menziona la violenza in modo espresso. L’estensione delle norme «Mancino» alle discriminazioni per motivi di orientamento sessuale o, addirittura, a non bene definiti motivi di «identità di genere» costituirebbe segnale inequivoco della tracimazione inaccettabile dal solco del «diritto penale del fatto» a un «diritto penale dell’atteggiamento interiore».
Oltre alla violazione del principio di tassatività per incertezza sull’oggetto effettivamente tutelato (principio di tassatività come pregnanza della norma rispetto all’esperienza dell’uomo comune), le disposizioni progettate rischiano di violare il principio di tassatività anche sotto il profilo della idoneità descrittiva della proposizione normativa. I concetti di «orientamento sessuale» e di «identità di genere» non hanno precisione descrittiva tale da delimitare chiaramente l’ambito dell’intervento punitivo.
È stata proposta anche l’introduzione di una aggravante consistente nell’ «aver commesso il fatto per finalità di discriminazione per motivi inerenti all’orientamento sessuale o all’identità di genere della persona offesa dal reato».
Si impongono anzitutto due rilievi di carattere tecnico. La collocazione dell’aggravante all’articolo 61 comma 1, 11 ter definirebbe l’aggravante come «comune». A questa stregua non si giustifica la limitazione del giudizio di bilanciamento ai sensi dell’articolo 69, prevista espressamente al comma 2 dell’articolo 1 della proposta di testo unificato di legge. Il secondo rilievo è più grave. Il contenuto della circostanza è ripreso dalla legge Mancino (articolo 3). Ne differisce però in modo significativo. Mentre la legge Mancino individua l’aggravante alternativamente nella «finalità di discriminazione» o di «odio», l’aggravante proposta recita «per finalità di discriminazione per motivi inerenti…». In questo modo si è voluto togliere il riferimento al movente e incentrare l’aggravante sul finalismo di dolo specifico. Con ciò si è costruita una norma senza oggetto, giacché la ragione ragionevole di una aggravante potrebbe stare soltanto nella riprovevolezza del movente e non nel finalismo specifico. Già l’esperienza giudiziaria della legge Mancino rivela che i casi venuti all’attenzione riguardano proprio la qualificazione del movente e non del finalismo specifico della condotta. Incentrare l’aggravante su quest’ultimo aspetto significa compiere cosa contraddittoria. Invero, un reato, per esempio di minaccia, di ingiuria, di lesione, di percossa, concretizza una offesa al bene giuridico personale ben più grave di una semplice «discriminazione», nel senso di «differenza di trattamento». Una offesa integrante un delitto realizza già una discriminazione gravemente ingiusta e, pertanto, non può essere aggravata da una finalità di discriminazione, perché l’offesa alla persona, in quanto distruttiva di un bene personale, assorbe il finalismo discriminatorio, essendo essa stessa una discriminazione.
In realtà si è descritto con finalismo di dolo specifico il movente per cui sarebbe commesso il reato. Circa la previsione di una aggravante incentrata sull’ «odio» valgono gli stessi rilievi svolti in precedenza al punto 7. Ma v’è di più. L’odio come passione che costituisce movente del delitto non è mai stato preso in considerazione come circostanza aggravante sia perché il diritto rifiuta di valutare elementi che, in quanto tali, rilevano soltanto sul piano etico interiore, sia perché è processualmente impossibile stabilire con una prova certa il movente dell’odio. Procedere nel senso proposto implica il rischio che ogni reato commesso nei riguardi di una persona orientata sessualmente sulla linea dell’orientamento sessuale che si vuole specificamente proteggere o con una identità di genere diversa dalla identità del sesso morfologico (non si dimentichi che le previsioni in oggetto nascono espressamente per dare attuazione alla Risoluzione 2006/18 volta a colpire, anche penalmente, la cosiddetta «omofobia» (Risoluzione del Parlamento europeo sull’omofobia in Europa) sia punito con un aggravamento di pena che, addirittura, impedirebbe di dare rilevanza in termini di prevalenza od equivalenza ad eventuali circostanze attenuanti. Il che si riverbererebbe in una giustificata protezione più intensa, con evidente violazione del principio di uguaglianza, di determinati fatti rispetto ad altri, pure originati da moventi di odio.
Peraltro, il nostro ordinamento conosce già una circostanza aggravante, comune e ad effetto comune, consistente nei «motivi abietti». Tale aggravante, che può ricomprendere agevolmente quelle situazioni in cui la condotta sia stata realizzata allo scopo di offendere, per via dell’orientamento sessuale, la dignità ineliminabile di ogni persona umana, è ben più specificamente connotata che non il generico movente di «odio», come insegna la giurisprudenza in una esperienza ormai quasi secolare. La proposta dell’aggravante in esame porrebbe inoltre problemi difficilmente risolubili di concorso apparente o effettivo con la circostanza dei «motivi abietti».
La previsione dell’aggravante rivela allora tutta il suo contenuto simbolico, ispirato a prospettive di promozionalità di «valori» che si radicherebbero, fondamentalmente, nel negazionismo di ogni differenza morfologica di tipo sessuale.
Che una fattispecie, sia pure di tipo soltanto aggravatore, imperniata sulla nozione di «odio», sia assolutamente indeterminata, è confermato dalla maggiore prudenza con cui si è mosso il legislatore francese, il quale, alla luce dell’evidente carenza di tassatività di un delitto legato a ragioni di orientamento sessuale, ha imperniato (legge n. 2004/204 del 9 marzo 2004) la circostanza aggravante per i delitti commessi «… à raison de l’orientation sexuelle de la victime» su elementi di fatto ben precisi, alla stregua della seguente enunciazione: «La circostance aggravante définie au premier alinéa est constituée lorsque l’infraction est précédée, accompagnée ou suivie de propos, écrits, utilisation d’images ou d’objets ou actes de toute nature portant atteinte à l’honneur ou à la considération de la victime ou d’un groupe de personnes dont fait partie la victime à raison de leur orientation sexuelle vraie ou supposée».

Francesca BUSINAROLO (PD) ringrazia i colleghi che sono intervenuti oggi, ma che finora, per tutta la fase istruttoria di questo progetto di legge, non hanno partecipato ai lavori della Commissione. Entrando nel merito del provvedimento, rileva come gli emendamenti del gruppo M5S siano solo sette e mirino a migliorare il testo base e come, per il suo gruppo, siano importanti le definizioni e l’estensione dell’ambito di applicazione della legge Mancino.
Fa presente di essere una donna di formazione e cultura cattolica, fidanzata da nove anni e di vivere da tre anni «nel peccato» perché convive fuori dal matrimonio. Precisa di dire questo ironicamente, perché nel precedente intervento si è usato il termine «peccato», termine desueto e di cui non condivide né l’uso né l’intrinseco significato tipico della tradizionale accezione cristiana cattolica.
Ritiene che gli emendamenti dei colleghi intervenuti solo oggi siano evidentemente ostruzionistici e tendano a rallentare i lavori di una Commissione tra le più operative ed aperte al dialogo del Parlamento. Stigmatizza quindi il loro intervento così poco tempestivo perché offende il buon lavoro che qui si svolge ed è stato svolto per più di un mese, e nelle precedenti legislature, sul tema dell’omofobia, chiedendo che i tempi e le scadenze vengano rispettate. Sottolinea come per questa Commissione le parole siano importanti, vengano pesate e valutate con attenzione.
Ricorda, inoltre, come i deputati del MoVimento 5 Stelle siano arrivati in Parlamento con uno slogan, che era quello secondo cui «noi siamo dei meri portavoce». Alcune parole sentite questa mattina, erano invece piene di ipocrisia, inaccettabili in uno Stato civile, non cattolico, ma laico.
Evidenzia come non si stia parlando di un reato di opinione e ricorda come, per quanto la nostra cultura sia pregna di tradizione cattolica, la Chiesa negli anni abbia sbagliato molto spesso. Il buon Galileo aveva compreso che era la terra a girare attorno al sole e non viceversa. Purtroppo è stato costretto ad abiurare. Il tempo ha dato ragione a Galileo. Precisa di volere riportare un fatto molto interessante, e che sa di vendetta del grande scienziato. A Firenze è conservato un pezzo delle spoglie mortali di Galileo: il suo dito medio.
Ricorda che ora non siamo più nel 1600, ma nel 2013 e molte cose nel tempo sono cambiate. Con il tablet in un secondo, con google maps, si possono vedere in diretta le strade di NewYork e magari vedere un’immagine rubata alla quotidianità in cui vengono immortalate le effusioni tra due persone dello stesso sesso.
Ritiene, conclusivamente, che il provvedimento in esame non sarà viatico per altre proposte di legge, ma deve essere considerata di per sé come la richiesta di alcune persone di essere lasciate vivere per quelle che sono.

Michela MARZANO (PD) rileva con disappunto di non potere replicare all’onorevole Binetti, che dopo aver svolto il suo intervento si è allontanata dall’aula della Commissione. Ritiene del tutto infondata l’affermazione secondo la quale il provvedimento in esame inciderebbe sui reati di opinione. Non si sanziona, infatti, l’espressione di un credo o di un’opinione, ma la propaganda di idee di superiorità e di odio e, dunque, gli atti linguistici violenti.
Non si devono inoltre confondere i concetti di orientamento e identità sessuale come accade, in particolare, nell’emendamento Gitti 1.9, del quale l’onorevole Binetti è cofirmataria.
Illustra quindi il proprio articolo aggiuntivo 4.02, volto ad introdurre disposizioni in materia di prevenzione, ponendo quindi il ruolo della scuola al centro del cambiamento culturale necessario per superare il fenomeno dell’omofobia e transfobia.

Silvia CHIMIENTI (M5S) nel replicare alla collega Binetti, ricorda come sin dal 1990 la scienza abbia stabilito che l’omosessualità non è una malattia mentale. Ritiene, inoltre, il testo in esame non leda affatto la libertà di espressione del pensiero. Stigmatizza, infine, l’uso delle armi del cattolicesimo per negare che sia predisposta una adeguata tutela per una minoranza, ritenendo che chi è veramente cristiano e segue gli insegnamenti di Cristo non può non condividere l’essenza del testo in esame.

Alessia MORANI (PD) osserva come l’omofobia sia la paura e l’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità e di persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali basata sul pregiudizio. L’unione europea la considera analoga al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo e al sessismo. L’omofobia è un comportamento riconducibile al sessismo che lede i diritti e la dignità delle persone omosessuali sulla base del loro orientamento sessuale.
L’omofobia – ha ragione la collega Marzano a sollevare il tema dell’educazione – diventa causa di episodi di bullismo, di violenza e di mobbing nei confronti delle persone LGBT. Secondo l’Agenzia per i diritti fondamentali dell’UE, l’omofobia danneggia la salute e la carriera di quasi 4 milioni di persone in Europa. L’Italia è il paese dell’Unione Europea con il maggior tasso di omofobia sociale, politica ed istituzionale. Secondo i dati del Dipartimento di salute pubblica i suicidi della popolazione gay legati alla discriminazione omofoba in modo più o meno diretto, costituirebbero il 30 per cento di tutti i suicidi adolescenziali.
In ambito legislativo in molte nazioni europee sono previsti strumenti legislativi di carattere civile e pensale finalizzati al contrasto dell’omofobia intesa come discriminazione basata sull’orientamento sessuale. L’omofobia, intesa come atto violento o incitamento all’odio e punita come reato con sanzioni carcerari in Danimarca, Francia, Islanda, Norvegia , Paesi Bassi e Svezia.
Nel 2009 con un emendamento allo Hate Crimes Bill e denominato Matthew Sheperd Act, gli USA hanno stabilito che la violenza causata da odio basato sull’orientamento sessuale costituisce reato federale. Norme antidiscriminatorie che menzionano esplicitamente l’orientamento sessuale sono in vigore in Europa, oltre che nei paesi citati, in Austria, Belgio, Cipro, Finlandia, in alcuni Lander tedeschi, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Romania, Slovenia, Spagna, Svizzera, Ungheria, Regno Unito, Repubblica Ceca, Serbia e Montenegro. Perfino a Cuba esistono, dopo feroci persecuzioni, dal 1988 norme contro l’omofobia.
Per quanto riguarda l’Italia, nella formulazione iniziale della legge Mancino vi era anche la previsione degli atti discriminatori basati sull’orientamento sessuale. In verità in Italia la dizione «orientamento sessuale» esiste nel decreto legislativo 9 luglio 2003 che tutela dalle discriminazioni sul luogo di lavoro.
L’elenco appena descritto può essere utile ad una discussione che, lontana da fondamentalismi, vuole avvicinare l’Italia alle democrazie più evolute.
Oggi ha sentito parlare di morale cattolica, dichiara di essere cattolica, e si appella proprio alla coscienza cattolica di chi prima di lei è intervenuto perché si faccia carico di quest’onta tutta italiana e ci si faccia carico del dolore delle persone. Dichiara di interpretare in questo modo il suo essere cattolica, e cioè nel tentare di trasformare la nostra civiltà giuridica nel senso di una società giusta per tutti e non solo per qualcuno. W ritiene che non ci si possa fare scudo con l’affermare che si tratta di una legge passepartout per matrimoni e adozioni gay, poiché si stiamo parlando di un intervento normativo che porta un grave ritardo di cui si discute da anni e che può fare dell’Italia un paese migliore.

Eugenia ROCCELLA (PdL) ritiene che si possa arrivare ad una legge condivisa sul tema in esame, ma senza intervenire sulla legge Reale-Mancino, che è molto afflittiva sotto il profilo della libertà di opinione e anche di organizzazione. Precisa come gli emendamenti da lei presentati siano sostanzialmente volti a recuperare l’impostazione della proposta di legge Brunetta-Carfagna.

Alessandro ZAN (SEL) esprime perplessità sullo svolgimento del dibattito, poiché molti colleghi premettono di essere d’accordo sui principi, ma poi il dibattito si prolunga fino allo sfinimento e non si arriva mai a colmare un vuoto normativo che costituisce un’onta per il nostro Paese.
Ricorda il preoccupante livello di diffusione degli episodi di violenza omofobica, nonché la diffusione del bullismo omofobico e l’elevato numero di suicidi che ne derivano in età adolescenziale, sottolineando come ciò dipenda da un’arretratezza sul piano culturale, in parte legittimata anche da talune espressioni ed argomentazioni utilizzate nel dibattito politico. Precisa, inoltre, come l’incitamento all’odio legittimi le persone non mature ad essere violente nei confronti di una minoranza.
Dopo avere sottolineato il valore culturale del provvedimento in esame, ricorda che la Corte costituzionale ha da tempo chiarito che la fattispecie dell’incitamento all’odio e alla discriminazione, prevista dalla legge Mancino, non costituisce reato di opinione. Il provvedimento in esame, segnatamente, non ha nulla a che vedere con i reati d’opinione.
Osserva come il concetto di identità di genere sia chiaro e determinato, sottolineando come i transessuali siano più visibili e quindi più colpiti da atti di violenza.

Alessandra MORETTI (PD) rileva come sia dal 1993 che il Parlamento italiano sta discutendo e si sta confrontando su questo tema e come sia da vent’anni che il legislatore sta dimostrando tutta la sua inadeguatezza rispetto all’evoluzione della società attuale. Ancora una volta la politica non solo non sa anticipare i fenomeni sociali ma arriva in ritardo rispetto alle relazioni sociali ed affettive che è tenuta a disciplinare. Oggi si sta discutendo di una norma di civiltà, una norma che si ha il dovere prima morale e poi politico di introdurre nel nostro ordinamento. Si sta discutendo di una legge che, come correttamente indicato dalla collega Michela Marzano, deve introdurre un percorso educativo, a partire dalla scuola, rivolto alla tutela della diversità e al rispetto della dignità della persona. Perché la politica e il legislatore devono, prima di tutto, tutelare la dignità di tutti senza forme di distinzione alcuna, così come recita l’articolo 3 della Costituzione repubblicana.
Dichiara di avere ascoltato le argomentazioni di alcuni colleghi e, in particolare, delle onorevoli Binetti e Roccella: argomentazioni che rispetta ma non condivide e che appaiono finalizzate al solo scopo dilatorio, unicamente orientate a posticipare l’introduzione di una norma che vuole estendere la legge Mancino all’orientamento sessuale e all’identità di genere della vittima. Non si sta mettendo affatto in discussione la libertà di pensiero, di opinione e di propaganda che, se non discriminatorie e incitanti l’odio, sono già tutelate dalla nostra Carta costituzionale. L’omofobia e la transfobia sono paure irrazionali verso coloro che consideriamo diversi da noi e tali paure spesso si traducono in atteggiamenti persecutori e violenti. Omofobia e transfobia rappresentano un male diffuso e corrosivo, un nodo sociale che la politica ha il compito di sciogliere.
Quindi, pur valutando con favore il fatto che il provvedimento susciti interesse e dibattito tra la diverse posizioni, invita tutti i colleghi a riportare la discussione sul testo in esame senza trascendere ed evitando ogni forma di strumentalizzazione ideologica e di preclusione culturale.

Gaetano PIEPOLI (SCpI) parte dal presupposto che l’idem sentire espresso in Commissione sullo statuto fondamentale della persona non sia retorico. Auspica, inoltre, che non si continui a gareggiare su chi sia più cattolico.
Ritiene, inoltre, che non sia da sopravvalutare il ruolo promozionale della legge e che la definizione di identità di genere crei molte questioni tecniche, senza risolvere i problemi che verranno semplicamente trasferiti nelle aule dei tribunali. Rileva quindi come, a suo giudizio, il punto di bilanciamento tra libertà di opinione e tutela contro l’omofobia debba ancora essere trovato.

Nicola MOLTENI (LNA) chiede preliminarmente ai relatori di chiarire quale sia la loro posizione rispetto alle questioni, alcune nuove, emerse dal dibattito odierno, anche per poter meglio orientare il prosieguo dell’esame degli emendamenti.
Ritiene opportuno precisare, anche in riferimento all’intervento dell’onorevole Zan, di essere contrario a qualsiasi forma di discriminazione anche se fatta a danno di persone omosessuali, essendo ben consapevole che non si tratta di persone con una dignità minore rispetto a quella di altre. A suo parere, sarebbe sicuramente più opportuno affrontare il tema dell’omofobia sotto il profilo della prevenzione piuttosto che sotto quello della repressione penale.
Ritiene comunque intollerabile che alcuni gruppi intendano assumere il ruolo di paladini contro le discriminazioni o contro il razzismo, tacciando gli altri gruppi, contrari, ad esempio, alla formulazione del testo base, come gruppi filo-razzisti. In realtà la questione è un’altra: il Parlamento è chiamato in questo momento a costruire una norma giuridica che deve essere conforme ai principi dell’ordinamento. Nel caso in esame, per il suo gruppo, il testo base della Commissione non rispetta tali principi, per cui va cambiato. Non si tratta di fare delle crociate contro qualsiasi norma antiomofoba, quanto piuttosto di formulare delle leggi conformi alla Costituzione.
In particolare, non condivide assolutamente l’estensione di una legge contraria ai principi costituzionali, in base alla sua applicazione concreta, quale è la cosiddetta legge Mancino-Reale ai casi di omofobia e transfobia. Il suo gruppo non può accettare questa soluzione, ma non è contrario – e questa è una novità di non poco conto – alla previsione di una circostanza aggravante da introdurre all’articolo 61 del codice penale, da applicare quando il reato sia commesso proprio in ragione dell’orientamento sessuale della vittima.
Se si accetta di seguire questa strada, la Lega, che non ha alcun atteggiamento ostruzionistico, come dimostrano i soli 6 emendamenti presentati, è pronta a dialogare per pervenire all’approvazione del testo. La Lega, invece, non potrà mai essere favorevole ad estendere l’applicazione della legge Mancino-Reale, in quanto si tratta di una legge pericolosa in quanto indeterminata nel suo contenuto nella parte in cui punisce la propaganda di idee e l’istigazione a commettere atti di discriminazione.
Questa indeterminatezza è pericolosa perché, come è avvenuto ad esempio nel 2008 a danno del sindaco di Verona, può portare a sanzionare penalmente forme di manifestazione del pensiero.
Per quanto attiene all’adeguatezza dell’istruttoria legislativa, ricorda che il tema dell’omofobia è da anni all’attenzione del Parlamento, che solo nell’ultima legislatura ha più volte bocciato i testi della Commissione.
Ritornando alle questioni giuridiche, evidenzia l’indeterminatezza per il diritto penale del termine di «identità di genere», sottolineando come una norma giuridica non debba contenere nozioni scientifiche qualora non siano determinate.

Fabrizia GIULIANI (PD) si dichiara convinta della bontà del testo e ritiene che si debba coltivare un terreno comune per combattere insieme questa battaglia di civiltà. Ritiene inoltre che non sia utile, nel caso di specie, distinguere il diritto dalla cultura, poiché la soluzione si può trovare con un impasto di questi due fattori.
Sottolinea come ci si misuri, da un lato, con le conquiste della ricerca e della scienza e, dall’altro, con le credenze religiose, delle quali peraltro ha molto rispetto. Tuttavia, se davvero si condivide la necessità di contrastare la violenza, occorre tenere ben presente che questa ha origine dalla paura. E anche in Parlamento è necessario non farsi dominare dalla paura che quello in esame sia una sorta di provvedimento ponte per il riconoscimento di ulteriori diritti, perché non lo è affatto.

Daniele FARINA (SEL) rileva come da anni il Parlamento tratti del tema dell’omofobia senza arrivare all’approvazione di una legge, per quanto continuino a susseguirsi gravi episodi omofobici o transfobici che testimoniano l’esigenza di una tutela penale. In relazione al dibattito in corso, sottolinea con forza che sono del tutto fuori luogo le tesi che riconducono l’estensione della legge Mancino-Reale ai reati di opinione e tanto meno alla violazione del principio della libertà di espressione del pensiero. A tale proposito rileva come le condotte di reato di cui all’articolo 3, comma 1, lettere a) e b) della legge Mancino-Reale siano delle condotte attive e concrete, che vanno ben oltre la manifestazione del pensiero. Chi cerca di dimostrare il contrario lo fa per mere ragioni ostruzionistiche il cui obiettivo finale è quello di far tornare il Paese al Medioevo. È del tutto fuori luogo anche considerare una legge sull’omofobia come una sorta di «norma-ponte» verso il matrimonio tra persone omosessuali o l’adozione a favore delle medesime.

Enrico COSTA (PdL) osserva che le diverse e molteplici proposte emendative sono volte, secondo punti di vista diversi, a punire comportamenti violenti e discriminatori motivati dall’omofobia. Vi è quindi la consapevolezza dell’esigenza di una tutela penale. Ma non vi è condivisione sulla strada da percorrere.
La stessa ipotesi della circostanza aggravante presenta una serie di questioni di non poco conto, iniziando dalle difficoltà probatorie rispetto alla motivazione omofoba.
Come evidenziato nelle audizioni svolte nella scorsa legislatura, vi è poi il rischio di tutelare solo una certa condizione personale, quale l’omosessualità, lasciando prive di tutela altre ugualmente meritevoli. Vi è poi la questione di fondo che, al contrario delle altre situazioni personali tutelate dalla legge Mancino-Reale, un determinato orientamento sessuale o una identità di genere dovrebbero essere provate in sede processuale per applicare la nuova norma penale che si vuole approvare.
Ricorda che comunque la motivazione omofoba potrebbe essere ricondotta ai motivi futili già previsti come aggravante generale dall’articolo 61 del codice penale.
Rileva comunque di aver presentato due emendamenti volti a costruire la norma come circostanza aggravante ai sensi dell’articolo 61 del codice penale, affinché ci si possa lavorare per trovare una soluzione condivisa.
Sottolinea l’importanza di trovare una soluzione condivisa almeno all’interno della maggioranza, per quanto sembri che il PD voglia imporre una sua propria impostazione, che un’altra parte della maggioranza, quale il PdL, non condivide. Si tratta di un problema interno alla maggioranza che non può essere sottaciuto. Il testo proposto dai relatori e votato dal PdL solo per non bloccare l’iter legislativo presenta punti di estrema criticità in quanto, estendendo integralmente la legge Reale-Mancino alle motivazioni legate all’omofobia e transfobia, si determina una estensione della pericolosa fattispecie, sotto il profilo della strumentalità applicativa, relativa alla propaganda di idee.
Dichiara di essere disponibile a ragionare su una eventuale estensione delle condotte di discriminazione e violenza previste dalla legge Reale-Mancino a fatti motivati da omofobia. Non è invece favorevole ad estendere a questi fatti l’aggravante prevista dall’articolo 3 della legge Mancino.
Il punto fermo dal quale il suo gruppo non può recedere è l’esigenza di non introdurre nell’ordinamento reati di opinione.

Donatella FERRANTI, presidente, avverte che risultano ancora iscritti a parlare i deputati Bazoli, Turco, e Tartaglione, che interverranno nella seduta di lunedì prossimo.
Rinvia il seguito dell’esame ad altra seduta.

La seduta termina alle 13.05.

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Lunedì 22 luglio 2013 (antimeridiana). — Presidenza del presidente Donatella FERRANTI. — Interviene il sottosegretario di Stato alla giustizia Cosimo Maria Ferri.

La seduta comincia alle 12.10.

Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia.
C. 245 Scalfarotto, C. 1071 Brunetta e C. 280 Fiano.
(Seguito dell’esame e rinvio).

La Commissione prosegue l’esame del provvedimento, rinviato nella seduta del 18 luglio 2013.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, ricorda come nell’ambito dell’Ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, si sia stabilito di concludere gli interventi sul complesso degli emendamenti nella precedente seduta del 18 luglio scorso. In quella seduta, tuttavia, non tutti i deputati iscritti a parlare hanno avuto la possibilità di intervenire, a causa dell’imminenza delle votazioni in Assemblea. Oggi, pertanto, la prima parte della seduta sarà dedicata all’esaurimento degli interventi dei colleghi già iscritti a parlare e, precisamente, degli onorevoli Turco, Bazoli, Tartaglione e Mattiello. Conclusi i predetti interventi si passerà, come programmato, alla votazione degli emendamenti.

Nicola MOLTENI (LNA) chiede di poter intervenire sui lavori della Commissione.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, invita il collega Molteni a intervenire sui lavori della Commissione al termine degli interventi sul complesso degli emendamenti dei deputati che si sono iscritti a parlare nella precedente seduta.

Tancredi TURCO (M5S) rileva come la proposta di legge n. 245 Scalfarotto sia stata sottoscritta da più di duecento deputati appartenenti a vari schieramenti politici e dichiara che il proprio gruppo sarebbe disposto a votare a favore di tale provvedimento immediatamente, anche senza modifiche. Il MoVimento 5 Stelle ritiene assolutamente prioritario che l’Assemblea inizi l’esame dei provvedimento in titolo il prossimo 22 luglio, senza alcun rinvio.

Alfredo BAZOLI (PD) ritiene che il tema in esame debba essere affrontato con un approccio laico, evitando approcci etici e toni ideologici, perché solo in questo modo sarà possibile pervenire alla redazione di un testo ampiamente condiviso. Occorre, segnatamente, prendere atto dell’esistenza di un fenomeno di violenza e discriminazione che riguarda in particolare gli omosessuali e i transessuali, e dare un’adeguata risposta normativa.
Non ritiene corretto parlare di una «norma di civiltà» perché questa definizione esalterebbe, erroneamente, il ruolo pedagogico della norma penale. Sottolinea, inoltre, come alcune delle obiezioni avanzate non siano destituite di fondamento. Si riferisce, in particolare, alle cautele suggerite da chi teme che la norma configuri un reato di opinione; che le definizioni nella stessa contenute destino perplessità sotto il profilo del rispetto del principio di tassatività; che la previsione di una circostanza aggravante che prevale sempre sulle circostanze attenuanti sia di dubbia costituzionalità.

Assunta TARTAGLIONE (PD) esprime l’auspicio che la Commissione possa approvare un testo ampiamente condiviso, sottolineando la necessità che le istituzione siano promotrici del rispetto e dei diritti della persona. A suo giudizio si tratta di approvare una «norma di civiltà», rispetto al quale il Parlamento si trova in una situazione di increscioso ritardo, come più volte evidenziato anche dall’UE. Si tratta, inoltre, di un testo che non configura affatto un reato di opinione, punendo condotte che vanno ben al di là della semplice manifestazione di opinioni.

Davide MATTIELLO (PD) intervenendo a sostegno della proposta dei relatori, intende rassicurare alcuni colleghi, come gli onorevoli Costa e Binetti, che si chiedono se, una volta approvato il provvedimento in esame, sarà ancora possibile parlare dei temi in questione. Sottolinea come gli intenti e l’ambito di applicazione della norma siano chiari e non configurino affatto dei reati di opinione, anche quando, oltre alla violenza e all’istigazione, prevedano la punibilità della propaganda poiché si tratta di propaganda qualificata dalla finalità di odio e di discriminazione. Si dice certo, infatti, di come nessuno intenda assecondare o garantire la propaganda di opinioni volte a seminare odio e violenza.

 

Sui lavori della Commissione.

Nicola MOLTENI (LNA) evidenzia l’esistenza di una rilevante questione politica, facendo riferimento a quanto apparso oggi sui principali quotidiani in merito all’intento di una parte del PdL di chiedere una «moratoria» dei lavori parlamentari sui temi etici e, quindi, anche sull’omofobia. Ritiene opportuno, pertanto, che in Commissione si rifletta e ci si chieda se si è di fronte alla stessa maggioranza che ha concesso la fiducia al Governo, a un’altra maggioranza, a una nuova maggioranza su alcuni temi ovvero se non vi è più una maggioranza.

Alessandro PAGANO (PdL) ritiene che sia indispensabile accedere alla richiesta di moratoria, tanto più se si considera che si stanno confrontando tesi apparentemente divergenti sui provvedimenti in esame ma, in realtà, convergenti sulla necessità di combattere ogni forma di discriminazione e di odio. Occorre quindi un confronto serio. Non dilatorio ma indispensabile.

Tancredi TURCO (M5S) dichiara che il proprio gruppo considera la richiesta di moratoria del tutto inutile.

Walter VERINI (PD) intervenendo a nome del proprio gruppo, ritiene che ogni richiesta di approfondimento sia legittima, ma che quella in questione sia irricevibile. Sottolinea come gli articoli di giornale non possano e non debbano avere influenza sui lavori della Commissione e come sia improprio accostare i temi etici alla composizione o alla tenuta della maggioranza, poiché si tratta di temi tradizionalmente trasversali. Auspica quindi che la Commissione approvi al più presto il testo con il più largo consenso possibile.

Eugenia ROCCELLA (PdL) esprime rammarico per il fatto che il suo intervento della precedente seduta sia stato frainteso, giacché da parte sua non vi era alcun intento dilatorio. Sospetta, piuttosto, che sia la tendenza alla radicalizzazione del dibattito ad avere un’origine ideologica e, forse, uno scopo politico; che qualcuno voglia fare delle aperture a maggioranze diverse da quella di governo. Precisa come il suo intento fosse quello di rafforzare il più possibile il testo, eliminandone le criticità e, quindi, il riferimento alla legge Mancino per tornare all’ipotesi dell’introduzione di una circostanza aggravante, anche per favorire un rapido passaggio al Senato e la definitiva approvazione in tempi brevi.

Alfonso BONAFEDE (M5S) dichiara che il proprio gruppo non è disponibile ad accogliere l’invito alla moratoria e che non si può bloccare il Parlamento sui temi etici. Sottolinea, inoltre, come l’obiettivo non debba essere quello di una larga intesa, poiché in Parlamento ci si confronta e la maggioranza decide: questa è la democrazia.

Daniele FARINA (SEL) ritiene che l’idea della moratoria sia non solo irricevibile ma anche offensiva, perché svilisce il Parlamento, sottraendo dai relativi lavori i temi più sensibili. Rileva, inoltre, di non vedere alcuna maggioranza alternativa ma solo un libero dibattito che forse dopo anni sta trovando un consenso legislativo.

Gian Luigi GIGLI (SCpI) ritiene che il rischio della rappresentazione di nuove ipotesi di maggioranza, con conseguenti contraccolpi sull’attività del Governo, non sia affatto trascurabile e che non vi siano ragioni per non aderire alla proposta di moratoria. Questa, tra l’altro, potrebbe essere di pochi giorni e non impedirebbe l’approvazione di un testo condiviso prima della pausa estiva.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, ricorda come la Commissione Giustizia abbia già dimostrato, anche di recente, di saper portare in Assemblea provvedimenti difficili, anche approvati all’unanimità. E senza moratorie. Ricorda altresì come il tema in questione sia stato ampiamente istruito, anche nelle precedenti legislature, esprimendo l’auspicio che si possa raggiungere la massima condivisione possibile. Fa, inoltre, presente come nella sua esperienza parlamentare non abbia mai riscontrato che da un rallentamento dei lavori parlamentari sia scaturito un miglioramento del testo esaminato, giacché lo stimolo a lavorare in modo proficuo è sempre derivato proprio dalla scansione certa e ordinata dei tempi dell’organizzazione dei lavori in Commissione e, soprattutto, dalla calendarizzazione del provvedimento in Assemblea. Rileva quindi come sia nelle sedi istituzionali competenti ad organizzare i lavori parlamentari che si determina la volontà concreta di portare o meno a conclusione l’esame di un provvedimento e non certo sui quotidiani o nei comunicati stampa. Osserva, d’altra parte, come nessuna richiesta di moratoria sia giunta da parte del capogruppo del PdL in Commissione.

Nicola MOLTENI (LNA) ritiene non conforme al Regolamento che la Presidente lo abbia fatto intervenire sui lavori della Commissione dopo gli interventi sul complesso degli emendamenti. Rileva infatti come l’articolo 41 del Regolamento preveda che tali interventi abbiano sempre la precedenza sulla discussione generale.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, fa presente come il richiamo all’articolo 41 del Regolamento sia inappropriato, anche perché il secondo comma si riferisce specificamente alle sedute di Commissione in sede legislativa. Tutti coloro che vi abbiano interesse possono quindi intervenire ora sui lavori della Commissione,

Alessandro PAGANO (PdL) prende atto della dichiarazione della Presidente secondo la quale non è arrivata ufficialmente in Commissione una richiesta di moratoria da parte del gruppo del PdL. Rileva peraltro come neanche la posizione del correlatore, Antonio Leone, nei confronti del quale nutre profonda stima e amicizia, sia forse stata adeguatamente discussa all’interno del gruppo.

Antonio LEONE (PdL), relatore, dichiara di non conoscere il meccanismo che avrebbe indotto il suo gruppo a proporgli di svolgere il ruolo di correlatore dei provvedimenti in esame, per quanto abbia accettato volentieri. Sottolinea, peraltro, come il ruolo istituzionale del relatore sia quello di fare in modo che la legge sia tecnicamente ben formulata e di perseguire l’intento politico di arrivare alla formulazione di un testo quanto più condiviso possibile. Il relatore è dunque un esecutore procedurale di quanto stabilito nella Conferenza dei presidenti di gruppo e dalla Commissione e il suo compito prescinde certamente da ciò che scrivono i giornali e dalle ipotesi di moratorie.
Proprio nell’ottica di concretizzare lo sforzo comune di pervenire ad un testo quanto più condiviso possibile presenta, insieme al correlatore Scalfarotto, l’emendamento 1.500 (vedi allegato 1) ed invita i proponenti al ritiro di tutte le altre proposte emendative.

Ivan SCALFAROTTO (PD), relatore, dichiara di condividere pienamente l’intervento del collega Leone.

Walter VERINI (PD) esprime apprezzamento per lo sforzo di sintesi espresso dai relatori con l’emendamento 1.500. Precisa, peraltro, come per il gruppo del PD resti aperta la questione dell’estensione al fenomeno omofobico e transfobico della circostanza aggravante di cui all’articolo 3 della medesima legge.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, nessun altro chiedendo di intervenire, fissa alle ore 18 di oggi il termine per la presentazione di subemendamenti all’emendamento 1.500 dei relatori. Rinvia quindi il seguito dell’esame al termine delle votazioni pomeridiane dell’Assemblea.

La seduta termina alle 13.
UFFICIO DI PRESIDENZA INTEGRATO DAI RAPPRESENTANTI DEI GRUPPI
L’ufficio di presidenza si è riunito dalle 19.35 alle 19.45.

 

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SEDE REFERENTE

Lunedì 22 giugno 2013 (pomeridiana)

— Presidenza del presidente Donatella FERRANTI. — Interviene il sottosegretario di Stato alla giustizia Cosimo Maria Ferri.

La seduta comincia alle 19.30.

Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia.
C. 245 Scalfarotto, C. 1071 Brunetta e C. 280 Fiano.
(Seguito dell’esame e conclusione).

La Commissione prosegue l’esame del provvedimento, rinviato nella seduta antimeridiana.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, ricorda che nella seduta antimeridiana i relatori hanno presentato l’emendamento 1.500 (vedi allegato 1). Avverte che a tale emendamento sono stati presentati subemendamenti (vedi allegato 2). Nell’Ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, si è poi stabilito che ciascun gruppo potesse segnalare non più di cinque subemendamenti. I gruppi hanno quindi provveduto alle segnalazioni (vedi allegato 3), salvo il Gruppo della Lega.

Nicola MOLTENI (LNA) dichiara di non aver fatto alcuna segnalazione in quanto non considera in alcun modo legittima la scelta della presidenza di limitare l’esame dei subemendamenti ai soli segnalati. Pretende quindi che siano posti in votazione tutti e sedici i subemendamenti presentati dal suo gruppo, anche tenuto conto che non sono affatto ostruzionistici. Si rammarica che l’atteggiamento del gruppo PdL sia del tutto incoerente con i comunicati stampa di suoi importanti esponenti, secondo i quali si dovrebbe sospendere l’esame di tutti i provvedimenti su temi etici, a partire da quello in esame.

Alessandro PAGANO (PdL) dichiara di non ritirare alcun emendamento, rilevando come molti di essi non abbiano contenuto ostruzionistico. Chiede, quindi, che siano tutti discussi e votati. In caso contrario, la Presidenza della Commissione Giustizia lederà, senza alcun titolo, il diritto inviolabile che la Costituzione riconosce a ciascun deputato di veder discutere e votare i propri emendamenti.

Gian Luigi GIGLI (SCpI) ritiene paradossale che in occasione della discussione di un testo sulla tutela delle minoranze rispetto ad atti discriminatori si limiti il dibattito discriminando deputati che invece chiedono di approfondire i diversi profili del provvedimento.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, replica all’onorevole Pagano che non si sta violando alcun diritto, in quanto la decisione di procedere alle segnalazioni dei subemendamenti è stata assunta, su proposta della presidenza, dall’Ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei Gruppi, in considerazione, da un lato, degli oltre trecento subemendamenti, per lo più ostruzionistici, presentati dallo stesso onorevole Pagano e, dall’altro, della scelta condivisa da tutti i gruppi, salvo la Lega, di concludere l’esame in sede referente in tempo utile per avviare l’esame in Assemblea il 26 luglio prossimo, secondo quanto previsto dal calendario della medesima, sia pure a condizione che la Commissione ne abbia nel frattempo concluso l’esame. Proprio in ragione della scelta della Commissione, con l’eccezione della Lega, di concludere comunque l’esame in tempo utile per la predetta data, la Presidenza ha ritenuto opportuno chiedere ai gruppi di segnalare un numero limitato di subemendamenti. Tutti i gruppi, compreso quello di appartenenza del deputato Pagano, che si sono dichiarati favorevoli al rispetto di questa tempistica, hanno condiviso la scelta della Presidenza di fare ricorso ad uno strumento di economia procedurale, quale quello delle segnalazioni degli emendamenti, espressamente richiamato dall’articolo 79, comma 10, del Regolamento, laddove si fa riferimento alla indicazione da parte dei gruppi di emendamenti da votare.

Enrico COSTA (PdL) replica all’onorevole Molteni che il gruppo PdL non tiene alcun atteggiamento contraddittorio, in quanto già nella scorsa settimana egli stesso aveva chiesto di non votare questa mattina ma al termine della seduta pomeridiana dell’Assemblea, in quanto vi era il bisogno, da un lato, di approfondire ancora alcuni aspetti e, dall’altro, di concludere comunque oggi l’esame degli emendamenti per terminare l’esame in sede referente in tempo utile per l’esame dell’Assemblea a partire dal 26 luglio prossimo. Considerato che la mole dei subemendamenti presentati non avrebbe consentito di rispettare la calendarizzazione dell’Assemblea ha accettato la proposta della Presidenza di votare solo i subemendamenti segnalati.

Nicola MOLTENI (LNA) osserva che la mole dei subemendamenti presentati è stata causata esclusivamente da deputati dello stesso gruppo dell’onorevole Costa.

Enrico COSTA (PdL) sottolinea che si tratta di subemendamenti presentati a titolo personale.

Nicola MOLTENI (LNA) osserva che tutta la vicenda dimostra l’esistenza di suddivisioni all’interno del PdL.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, invita l’onorevole Molteni a segnalare i subemendamenti da porre in votazione.

Nicola MOLTENI (LNA) dichiara che abbandonerà i lavori della Commissione qualora non siano posti in votazione tutti i subemendamenti da lui presentati.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, invita i relatori ad esprimere il parere sulle proposte emendative presentate

Antonio LEONE (PdL), relatore, invita al ritiro di tutte le proposte emendative presentate, esprimendo parere contrario qualora non fossero ritirate, con l’eccezione dell’emendamento 1. 500 dei relatori, del quale ne raccomanda l’approvazione, costituendo questo un punto di arrivo e, per il momento, non superabile di mediazione politica tra posizioni che inizialmente sembravano contrastanti.

Ivan SCALFAROTTO (PD), relatore, conferma il parere del correlatore

Il sottosegretario alla Giustizia Cosimo FERRI esprime parere conforme ai relatori, soffermandosi sull’emendamento 1.500 del quale prende atto con la consapevolezza che si tratta di una soluzione che costituisce il risultato di una intesa politica tra gruppi che in passato hanno mantenuto sul tema dell’omofobia e transfobia posizioni contrastanti. Ritiene che, in vista dell’esame dell’Assemblea, occorra concentrarsi sulla questione della tutela della libertà di pensiero verificando che la soluzione adottata non sia in alcun modo contraria a tale principio. L’obiettivo deve essere quello di formulare una fattispecie penale che punisca unicamente gli atti discriminatori e violenti ovvero di istigazione a tali atti. Se per raggiungere tale obiettivo sarà necessario modificare il testo che verrà approvato in Commissione, il Governo si riserva di presentare eventuali emendamenti in Assemblea ovvero di valutare attentamente, anche ai fini di un eventuale parere favorevole, gli emendamenti che, come alcuni dei subemendamenti presentati oggi, dovessero specificare che la nuova fattispecie penale non si applica alle idee diffuse nell’ambito educativo, didattico, accademico, scientifico letterario e così via. Qualora i subemendamenti non dovessero essere ritirati, si riserva di intervenire su ciascuno di essi.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, rileva che i relatori ed il rappresentante del Governo hanno chiesto il ritiro delle proposte emendative presentate.

Enrico COSTA (PdL) ritiene importante che la Commissione approvi un testo che si limiti a modificare la legge Reale, così come modificata dalla legge Mancino, con riferimento unicamente alla seconda parte della lettera a) e la lettera b) del comma 1 dell’articolo 1 della predetta legge, nonché il comma 3 del medesimo articolo. In sostanza le modifiche non devono attenere alla condotta di chi propaganda idee fondate sull’omofobia o transfobia, ma limitarsi alla condotta di chi istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi fondati sull’omofobia o transfobia ovvero a quella di chi istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi fondati sull’omofobia o transfobia. In questi casi è di tutta evidenza che non vi è alcun rischio di introdurre nell’ordinamento un reato di opinione, come vi sarebbe qualora si operasse sulla condotta relativa alla propaganda. Dichiara di condividere pienamente le considerazioni del rappresentante del Governo, ricordando che proprio per tale ragione il suo gruppo ha segnalato il subemendamento 0.1.500.956 presentato dall’onorevole D’Alessandro. Accogliendo la richiesta dei relatori e del Governo, ritira il predetto emendamento, riproponendosi di approfondire ulteriormente la questione in occasione dell’esame da parte dell’Assemblea.

Walter VERINI (PD) ricorda il profondo dispiacere e, in alcuni casi, le lacrime di alcuni suoi colleghi quando nella scorsa legislatura l’Assemblea ha respinto i testi sull’omofobia e transfobia della Commissione Giustizia, negando la tutela penale di persone che vengono discriminate, offese od addirittura massacrate, fino anche alla morte, solo perché hanno un determinato orientamento sessuale o identità di genere. Ora si sta facendo un fondamentale passo in avanti per arrivare finalmente a riconoscere agli omosessuali e transessuali questa tutela. Il primo passo è quello di dare all’Assemblea la possibilità di affrontare questo tema partendo da un testo che comunque è sicuramente significativo in quanto amplia la portata applicativa dell’articolo 3 della legge Reale-Mancino ai casi di discriminazione o violenza motivati da omofobia o transfobia. Il testo è sicuramente migliorabile, non solo nel senso prospettato dal rappresentante del Governo e dall’onorevole Costa, ma anche prevedendo una tutela più ampia tramite l’estensione dell’applicazione dell’aggravante prevista dall’articolo 3 della legge Mancino al caso in cui il reato sia commesso in ragione di odio motivato da omofobia o transfobia. Proprio per questo ha presentato insieme all’onorevole Moretti il subemendamento 0.1.500.962 che è disposto a ritirare solo qualora vi sia l’impegno di esaminare approfonditamente la questione in Assemblea. Non ritiene che su un provvedimento che attiene a temi etici ed ai diritti civili si debba procedere con esibizioni muscolari di forza, essendo piuttosto necessario trovare dei punti di equilibrio e sintesi. Accoglie l’invito dei relatori e del Governo e ritira il subemendamento presentato.

Paola BINETTI (SCpI) ritiene che l’emendamento dei relatori rappresenti un importante passo in avanti rispetto al testo unificato, ma necessiti comunque di miglioramenti volti ad evitare il rischio di strumentalizzazioni che potrebbero far configurare la nuova fattispecie penale come un reato di opinione. Per questo motivo il suo gruppo ha presentato dei subemendamenti che, a prima vista, potrebbero essere considerati addirittura pleonastici ma che, invece, servono a mettere dei paletti per evitare delle letture pericolose dei nuovi reati. Si tratta sostanzialmente di garantire la libertà di pensiero in riferimento alla omosessualità o transessualità, che l’emendamento dei relatori richiama in relazione a motivazioni fobiche. Non sarebbe, ad esempio, ammissibile, secondo i principi costituzionali, che a seguito dell’approvazione di una legge sull’omofobia non si possa essere più contrari, manifestandolo apertamente, a matrimoni tra omosessuali ovvero all’adozione da parte dei medesimi. Chiede che su questo punto siano date garanzie certe e sicure, anche eventualmente all’approvazione di emendamenti volti a precisarlo, secondo quanto peraltro previsto da subemendamenti presentati dal suo gruppo. Con tale auspicio ritira i subemendamenti presentati.

Alfonso BONAFEDE (M5S), intervenendo a nome del gruppo, dichiara di essere profondamente deluso dall’andamento della discussione che ruota intorno ad una ipotesi di compromesso tra PD e PdL, anziché concentrarsi sulle questioni di merito relative ai subemendamenti segnalati. Per quanto il suo gruppo abbia presentato circa quindici subemendamenti, ritenendo non pienamente soddisfacente il testo dell’emendamento dei relatori, non è stato obiettato nulla alla richiesta di segnalazioni in quanto si è ritenuto comunque necessario superare l’atteggiamento ostruzionistico di alcuni deputati. Ora, invece di esaminare i subemendamenti si cerca di trovare una soluzione di compromesso che possa soddisfare non l’esigenza di approvare una buona legge, che tuteli realmente gli omosessuali ed i transessuali, quanto piuttosto l’interesse dei maggiori gruppi di maggioranza di non entrare in conflitto, come invece lo sono, su temi etici.

Nicola MOLTENI (LNA) ribadisce la sua richiesta di votare tutti i subemendamenti da lui presentati. In caso contrario si vedrà costretto a segnalare questa grave violazione dei suoi diritti alle più alte cariche dello Stato.

Daniele FARINA (SEL), per quanto non ritenga che l’emendamento del relatore sia esaustivo della tutela penale contro atti di omofobia e transfobia, dichiara di accedere all’invito dei relatori e del Governo a ritirare il subemendamento 0.1.500.950, preannunciando comunque la sua ripresentazione per l’esame dell’Assemblea. Sottolinea come la decisione di ritirare il predetto subemendamento sia finalizzata unicamente a consentire l’approvazione del testo in Commissione in tempo utile per avviare l’esame in Assemblea a partire dal 26 luglio prossimo. Ritiene, infine, che sia assurdo che qualcuno possa paventare il rischio che l’emendamento 1.500 dei relatori nonché il suo subemendamento sulla circostanza aggravante prevista dall’articolo 3 della legge Mancino, possano configurare dei reati di opinione. Dalla lettera di tali disposizioni risulta di tutta e chiara evidenza che tale rischio sia infondato.

Anna ROSSOMANDO (PD) ritiene del tutto infondate le critiche fatte alla Presidenza circa eventuali strozzature del dibattito, considerato che si sta procedendo secondo quanto stabilito dall’Ufficio di Presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, su proposta del Presidente. Non condivide neanche nel merito tale critiche, che non tengono conto che, prima di arrivare alla fase emendativa, si è svolto un esame preliminare che ha avuto come momento culminante quello dell’approvazione del testo unificato. Ricorda che comunque vi sarà l’esame da parte dell’Assemblea e che in tale occasione si potrà migliorare il testo. A suo parere, quindi, sarebbe opportuno ritirare tutti i subemendamenti ed approvare senza modifiche l’emendamento dei relatori, che costituisce in questo momento il punto di arrivo di una importante opera di mediazione politica condotta dai relatori tra posizioni che inizialmente non sembravano poter convergere.

Alfonso BONAFEDE (M5S) ribadisce che il suo gruppo ritiene fondamentale che la Commissione non si limiti a ratificare compromessi raggiunti al di fuori della sua aula, ma esamini, discuta ed eventualmente anche respinga gli emendamenti presentati dai diversi deputati. Per questa ragione insiste affinché siano votati i subemendamenti non ostruzionistici segnalati dal suo gruppo.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, ricorda di avere semplicemente chiesto ai gruppi di esprimersi in ordine alla richiesta di invito al ritiro delle proposte emendative.

Andrea COLLETTI (M5S) ritiene inaccettabile che si voglia fare passare i componenti del suo gruppo come contestatori ed elementi di disturbo dei lavori della Commissione, quando è vero esattamente il contrario.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, pone in votazione gli emendamenti Pagano 1.47, Cirielli 1.17 e Molteni 1.13, soppressivi dell’articolo 1 del testo in esame. Ricorda che è stato ritirato l’emendamento Costa 1.5.

La Commissione respinge gli identici emendamenti Pagano 1.47, Cirielli 1.17 e Molteni 1.13.

Nicola MOLTENI (LNA) insiste perché siano posti in votazione i propri subemendamenti.

Enrico COSTA (PdL) preannuncia il voto contrario del proprio gruppo su tutti i subemendamenti all’emendamento 1.500 del relatori. Precisa che si tratta di un voto tecnico, che prescinde quindi dal merito delle proposte emendative e finalizzato a portare in Assemblea un testo che, in questo momento, costituisce il massimo punto di mediazione possibile.

Ivan SCALFAROTTO (PD), relatore, ritiene che l’obiettivo condiviso debba essere quello di portare il provvedimento in Assemblea il prima possibile. Rileva di avere ascoltato parole alte sulla libertà di espressione del pensiero ma non parole altrettanto appassionate sulla ricchezza della diversità, sul diritto di ciascuno al rispetto della dignità, a vivere pacificamente sentendosi come gli altri, a perseguire il proprio progetto di vita, a contribuire a proprio modo alla prosperità del Paese. Preannuncia pertanto il proprio voto di astensione sui subemendamenti in esame che comunque rappresentano un tentativo per rendere maggiormente efficace il contrasto all’omofobia e transfobia.

Alessandro PAGANO (PdL) rileva come il sottosegretario Ferri abbia fatto dei rilievi importanti sulla libertà di espressione del pensiero che non sono stati presi adeguatamente in considerazione, come accade nei regimi non democratici. Ritiene quindi indispensabile che sia costruita una norma che elimini ogni incertezza interpretativa e che allontani ogni timore che si voglia introdurre un reato di opinione. Ribadisce di non ritirare le proprie proposte emendative, pur volendo che i lavori della Commissione abbiano un esito positivo, ma non accetta che i suoi subemendamenti non siano nemmeno discussi. A tale proposito invita la Presidenza a non assumere, e i funzionari della Commissione a non avallare, decisioni della presidenza che comporterebbero delle gravi responsabilità e in ordine alle quali assicura che saranno chiamate a intervenire le più alte cariche dello Stato.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, invita con fermezza l’onorevole Pagano a desistere immediatamente dall’uso di espressioni e toni intimidatori, e a non abusare della democraticità e dell’alto senso delle istituzioni che caratterizzano questa presidenza.
Chiarisce come la decisione in merito al rispetto della calendarizzazione in Assemblea, anche se condizionata alla effettiva conclusione dell’esame da parte della Commissione, e quella relativa alla segnalazione dei subemendamenti siano pienamente legittime, in quanto deliberate dall’Ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, con la maggioranza qualificata prevista dall’articolo 23, comma 6, del Regolamento. La presidenza, pertanto, si limita ad assicurare che siano rispettate quelle decisioni e a trarne le conseguenze che ne discendono sul piano procedurale.
Precisa, inoltre, come la responsabilità delle predette decisioni sia da imputare esclusivamente alla presidenza e all’Ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi. Nessun rilievo sulla professionalità dei funzionari è quindi giustificato.

Francesca BUSINAROLO (M5S) dichiara di avere auspicato l’intervento della Presidente, ritenendo che il deputato Pagano ricorra spesso a espressioni e toni offensivi. Illustra quindi il proprio subemendamento 0.1.500.954, volto, in particolare, a reintrodurre i concetti di orientamento sessuale e identità di genere, con le relative definizioni

Walter VERINI (PD) rileva come la Commissione, con l’approvazione del testo nella formulazione prevista dall’emendamento 1.500 dei relatori, raggiungerebbe un risultato di enorme importanza. Si riserva, in ogni caso, di presentare in Assemblea una proposta emendativa che riproduca il contenuto del suo subemendamento 0.1.500.962, volto ad estendere alle condotte fondate sull’omofobia e transfobia la circostanza aggravante di cui all’articolo 3 della legge Mancino. Precisa che tale proposta emendativa sarà aperta alla sottoscrizione di tutti i colleghi che vi abbiano interesse, dato il carattere trasversale del tema.

Nicola MOLTENI (LNA) preannuncia il voto contrario sul subemendamento Businarolo 0.1.500. 954, essendo contrario all’integrazione o estensione della legge Mancino. Ringrazia, tuttavia, i colleghi del gruppo M5S per avere ribadito con forza il diritto dell’opposizione a svolgere il proprio ruolo. Sottolinea come il proprio gruppo non abbia alcuna intenzione di tenere comportamenti dilatori o ostruzionistici, a differenza di alcuni colleghi che però appartengono ad un gruppo di maggioranza. Auspica, infine, che la Presidente possa concedergli la possibilità di discutere e votare i suoi subemendamenti.

Alessandro PAGANO (PdL), alla luce della replica del Presidente, ritiene di essere stato equivocato, non volendo essere in nessun modo offensivo o intimidatorio.

Gian Luigi GIGLI (SCpI) ritiene che la Commissione debba fare un ulteriore sforzo di approfondimento, per evitare che tematiche e problematiche accantonate riemergano nel corso dell’esame in Assemblea. Preannuncia il voto contrario sul subemendamento 0.1.500.954.

La Commissione, con distinte votazioni, respinge i subemendamenti Businarolo 0.1.500.954 e 0.1.500.955.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, precisa che, delle sedici proposte emendative delle quali l’onorevole Molteni chiede con insistenza l’esame, quattro sono irricevibili in quanto non riferibili all’emendamento 1.500 dei relatori. Avverte che, non essendovi obiezioni, si passa all’esame del subemendamento Molteni 0.1.500.1005.

Il Sottosegretario Cosimo Maria FERRI ribadisce l’invito al ritiro del subemendamento 0.1.500.1005. Pur non volendo entrare nel merito delle proposte emendative, che saranno esaminate in Assemblea, ove ripresentate, con riferimento all’intervento dell’onorevole Scalfarotto precisa di ritenere che si debba tanto tutelare la libertà di pensiero quanto reprimere ogni violenza e discriminazione, ad esempio, per motivi di omofobia e transfobia. Sottolinea, peraltro, la necessità di delineare meglio la condotta ove si intenda estendere l’ambito di applicazione della lettera a) del comma 1 dell’articolo 3 della legge n. 654 del 1975, in ordine alla quale non risulta che vi sia alcuna pronuncia della giurisprudenza di merito o di legittimità che possa fornire un supporto per comprendere l’ampiezza del concetto di propaganda di idee. Osserva come, invece, la lettera b) della disposizione in questione non ponga analoghi problemi, essendo la relativa condotta determinata con una certa precisione.

Michela MARZANO (PD) fa presente come la lettera a) della disposizione citata dal rappresentante del Governo non si limiti a punire la mera propaganda di idee, facendo riferimento ad un concetto molto più determinato, quale la propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, precisa come la ratio dell’emendamento 1.500 dei relatori sia proprio quella di escludere il riferimento dei motivi fondati sull’omofobia o transfobia al concetto di propaganda.

La Commissione, con distinte votazioni, respinge i subemendamenti Molteni 0.1.500.1005, 0.1.500.1006, 0.1.500.1007, 0.1.500.1008, 0.1.500.1009, 0.1.500.1010, 0.1.500.1011 e 0.1.500.1012.

Eugenia ROCCELLA (PdL) rileva come la Commissione stia discutendo dei subemendamenti del collega Molteni nonostante il diverso accordo raggiunto dai gruppi nell’Ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi. Non ritiene che la decisione del rappresentante del gruppo del PdL in Commissione Giustizia, che comunque rispetta, possa limitare la libertà e le prerogative del singolo deputato come accaduto all’onorevole Pagano. Con riferimento all’atteggiamento degli altri gruppi, ricorda come il PdL nella precedente legislatura abbia avuto un atteggiamento ben diverso in occasione dell’esame di un provvedimento estremamente delicato quale quello sul cosiddetto testamento biologico, nel corso del quale sono stati discussi e votati tutti gli emendamenti dell’opposizione. Si domanda se non sia il caso che assumano un atteggiamento analogo in particolare i gruppi di SEL e del M5S.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, avverte che è stato ritirato il subemendamento Verini 0.1.500.962.

Giulia DI VITA (M5S) illustra il proprio subemendamento 0.1.500.951, relativo alla pena accessoria dei lavori socialmente utili, e ne raccomanda l’approvazione.

Arcangelo SANNICANDRO (SEL) dichiara di essere contrario al subemendamento Di Vita 0.1.500.951.

Alessia MORANI (PD) ritiene che la proposta emendativa in esame sia superflua in considerazione della recente approvazione del provvedimento in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova.

Il Sottosegretario Cosimo Maria FERRI ribadisce l’invito al ritiro della proposta emendativa all’esame, anche perché l’obbligo di fare è tipico delle misure di sicurezza, laddove è giustificato dalla pericolosità del soggetto, ma non appare compatibile con la pena accessoria.

La Commissione respinge il subemendamento Di Vita 0.1.500.951.

Silvia CHIMIENTI (M5S) illustra il subemendamento Businarolo 0.1.500.952, del quale è cofirmataria, che definisce il concetto di omofobia secondo quanto stabilito nella risoluzione del Parlamento europeo del 18 gennaio 2006.

La Commissione, con distinte votazioni, respinge i subemendamenti Businarolo 0.1.500.952 e 0.1.500.953.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, avverte che sono stati ritirati i subemendamenti Daniele Farina 0.1.500.950, D’Alessandro 0.1.500.956, Gitti 0.1.500.957, 0.1.500.958, 0.1.500.959, 0.1.500.960 e 0.1.500.961

La Commissione, con distinte votazioni, respinge i subemendamenti Molteni 0.1.500.1013, 0.1.500.1014 e 0.1.500.1015.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, pone in votazione l’emendamento 1.500 dei relatori.

Gian Luigi GIGLI (SCpI) preannuncia il proprio voto di astensione, auspicando che il testo possa essere migliorato nel corso dell’esame in Assemblea.

Silvia CHIMIENTI (M5S) preannuncia il voto di astensione del proprio gruppo, ritenendo che l’emendamento in questione sia il frutto di un inaccettabile compromesso al ribasso.

Alessandro PAGANO (PdL) dichiara di condividere l’intervento della collega Roccella e ritiene che nel corso dell’esame vi sia stata la lesione delle prerogative individuali dei deputati. Preannuncia il proprio voto contrario.

Nicola MOLTENI (LNA) preannuncia il voto contrario del gruppo, ritenendo inaccettabile l’estensione della legge Mancino. Esprime rammarico per il fatto che l’apertura, politica e culturale, del proprio gruppo alla possibilità di introdurre una circostanza aggravante non sia stata neanche presa in considerazione.

Walter VERINI (PD) conferma il voto favorevole del gruppo del PD sull’emendamento 1.500 dei relatori che potrà consentire di aprire una libera discussione in Assemblea, nel corso della quale si potranno valutare eventuali miglioramenti da apportare alla formulazione del testo.

Daniele FARINA (SEL) ritiene che il testo sia insoddisfacente se non accompagnato anche dalla previsione di una circostanza aggravante. L’emendamento in questione, tuttavia, offre la possibilità di proseguire l’esame in Assemblea e di colmare una grave lacuna normativa. Preannuncia quindi il voto favorevole.

Enrico COSTA (PdL) ritiene che l’emendamento dei relatori rappresenti un passo per un accordo tra sensibilità diverse. Occorre, tuttavia, evitare che la fattispecie determini equivoci interpretativi e il contenuto di alcuni dei subemendamenti presentati oggi dovrà essere oggetto di riflessione.

Antonio LEONE (PdL), relatore, ringrazia tutti i colleghi per il contributo all’esame del provvedimento. Sottolinea quindi l’utilità dei lavori della Commissione ai fini della corretta interpretazione della norma.

Ivan SCALFAROTTO (PD), relatore, ringrazia la Commissione. Non nega che il provvedimento, come risultante dalla formulazione dell’emendamento 1.500, sarebbe molto scarno, costituendo il minimo indispensabile, segnando tuttavia la strada dell’uguaglianza. Auspica quindi che il testo possa essere completato nel corso dell’esame in Assemblea.

Donatella FERRANTI (PD), nel replicare agli onorevoli Roccella e Pagano, secondo i quali l’esame dei provvedimenti non sarebbe stato adeguatamente approfondito, evidenzia come costoro siano intervenuti soltanto nelle ultime sedute della Commissione, non partecipando quindi alla maggior parte del lavoro istruttorio, in occasione del quale avrebbero potuto sottoporre alla Commissione questioni da approfondire. Precisa, inoltre, come nella Commissione Giustizia si sia sempre molto attenti a garantire lo svolgimento di approfondimenti adeguati e un confronto dialettico completo e rispettoso delle prerogative dei gruppi e dei singoli deputati. Tuttavia, occorre comprendere quando sia giunto il momento di assumere decisioni che garantiscano anche il rispetto della calendarizzazione disposta della Conferenza dei presidenti di gruppo. Ritiene, inoltre, che tutte le opinioni abbiano pari legittimità, ma non ritiene tollerabili forzature che si spingano sino a mettere in discussione la credibilità della Commissione: non solo della presidenza ma di tutti i suoi componenti.

La Commissione approva l’emendamento 1.500 dei relatori (vedi allegato 1).

Donatella FERRANTI (PD), presidente, avverte che, in seguito all’approvazione dell’emendamento 1.500 dei relatori, non saranno poste in votazioni tutte le ulteriori proposte emendative. Avverte altresì che il testo del provvedimento, come risultante dall’approvazione dell’emendamento 1.500 dei relatori, sarà inviato alle Commissioni competenti per l’espressione del parere. Rinvia quindi il seguito dell’esame ad altra seduta.

La seduta termina alle 23.10.

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lunedì 22 luglio 2013.

ALLEGATO 1

Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia. C. 245 Scalfarotto, C. 1071 Brunetta e C. 280 Fiano.

EMENDAMENTO DEI RELATORI

ART. 1.

Sostituire l’articolo 1 con il seguente:

Art. 1.

1. All’articolo 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e successive modificazioni sono apportate le seguenti modifiche:
a) al comma 1, alle lettere a) e b) sono aggiunte le seguenti parole: «o fondati sull’omofobia o transfobia»;
b) al comma 3, primo periodo, dopo le parole «o religiosi» sono aggiunte le seguenti parole « o fondati sull’omofobia o transfobia».

2. Al Titolo del decreto legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito con modificazioni della legge 25 giugno 1993, n. 205, dopo le parole «e religiosa» sono aggiunte le seguenti: «ovvero fondata sull’omofobia o transfobia».

3. Alla rubrica dell’articolo 1, del decreto legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito con modificazioni della legge 25 giugno 1993, n. 205, dopo le parole «o religiosi» sono aggiunte le seguenti: «ovvero fondati sull’omofobia o transfobia».

Conseguentemente sopprimere gli articoli 2, 3 e 4.

1. 500. I Relatori.

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Venerdì 2 agosto 2013

Presidenza del presidente Donatella FERRANTI — Interviene il sottosegretario di Stato alla giustizia Giuseppe Berretta.

La seduta comincia alle 14.05.

Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia.
C. 245 Scalfarotto, C. 1071 Brunetta e C. 280 Fiano.
(Seguito dell’esame e conclusione).
La Commissione prosegue l’esame del provvedimento, rinviato nella seduta del 22 luglio 2013.Donatella FERRANTI (PD), presidente, ricorda che il provvedimento in esame è inserito nel calendario dei lavori dell’Assemblea a partire da lunedì 5 agosto prossimo. Avverte, quindi, che la I Commissione ha espresso un parere favorevole con una condizione ed osservazioni.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, ricorda che il provvedimento in esame è inserito nel calendario dei lavori dell’Assemblea a partire da lunedì 5 agosto prossimo. Avverte, quindi, che la I Commissione ha espresso un parere favorevole con una condizione ed osservazioni.
Ricorda come il testo approvato dalla Commissione Giustizia sia volto a modificare l’articolo 3, comma 1, lettere a) e b), e comma 3, della legge Reale, così come modificata dalla legge Mancino, ampliando le ipotesi discriminatorie e di violenza ivi previste – fatta eccezione per la fattispecie relativa alla propaganda di idee – al caso in cui la condotta sia motivata da omofobia o transfobia.
Rileva come la condizione apposta al predetto parere, dettata dalla «necessità di dettagliare e specificare la condotta di istigazione, quale elemento discretivo della semplice opinione» sia volta a precisare che l’istigazione a commettere o la commissione di atti di discriminazione di cui al citato comma 1, lettere a) e b), debba avvenire «apertamente» e che vi debba essere un «aperto» incitamento alla discriminazione o alla violenza perché sia integrata la fattispecie di cui al comma 3 dell’articolo 1 della legge Reale-Mancino.
Osserva come, recependo la condizione della I Commissione, si introdurrebbero ulteriori elementi di qualificazione della condotta, che produrrebbero l’effetto di ridurre l’ambito di applicazione della legge Reale-Mancino: non solo quando le ipotesi discriminatorie e di violenza previste dall’articolo 3 siano motivate da omofobia o transfobia, ma anche quando esse siano dovute a motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Si aprirebbe, quindi, un tema completamente nuovo, che non attiene più all’estensione dell’articolo 3 della legge Reale-Mancino alle ipotesi di omofobia e transfobia, bensì alla riduzione dell’ambito di applicazione dell’articolo 3 nel suo complesso.
Tale riduzione dell’ambito di applicazione, come già chiarito, sarebbe reso necessario dall’esigenza di distinguere la condotta di istigazione dall’espressione di un’opinione. A tale proposito, ricorda come la legge Reale-Mancino non si riferisca alla mera istigazione, ma ad una forma di istigazione qualificata dalla finalità di commettere atti di discriminazione per una serie di motivi specifici. Il dubbio circa la sussistenza o meno di un reato di opinione, come ampiamente argomentato nell’ambito del lungo dibattito svoltosi in Commissione Giustizia, in questa e nelle precedenti legislature, potrebbe eventualmente porsi con riferimento alla fattispecie relativa alla propaganda di idee che, non a caso, proprio al fine di rassicurare coloro che paventano questa eventualità, non viene toccata dall’intervento normativo.
Propone quindi di conferire ai relatori il mandato a riferire favorevolmente all’Assemblea e di svolgere un approfondimento delle tematiche e delle questioni poste dal parere della I Commissione nel corso dell’esame in Assemblea.

Nicola MOLTENI (LNA) dichiara di non condividere affatto la proposta della Presidente, poiché si è di fronte a un parere «pesantissimo» della Commissione Affari Costituzionali che, certamente, limita l’ambito di applicazione della legge Reale-Mancino, ma lo fa con riferimento alle modifiche introdotte in relazione all’omofobia e transfobia.
Ricorda come nella seduta antimeridiana di oggi la Commissione Giustizia abbia, in primo luogo, recepito le condizioni poste nei pareri delle Commissioni I e VII sul provvedimento in materia di diffamazione con il mezzo della stampa, e poi conferito il mandato ai relatori. Ritiene che con riferimento al provvedimento in esame la Commissione debba comportarsi nello stesso modo, anche se il recepimento della condizione della I Commissione non varrebbe a modificare il voto contrario del suo gruppo sulla proposta di conferire ai relatori mandato a riferire favorevolmente. Rileva, inoltre, come anche le osservazioni apposte al citato parere siano molto pregnanti.

Walter VERINI (PD) dichiara di condividere la proposta del Presidente, non ritenendo che il parere in questione possa definirsi «pesante». Osserva come si debbano tenere nella giusta considerazione i rilievi della I Commissione, senza che vi sia un obbligo di recepirli, essendo del tutto legittimo che le relative questioni siano lasciate al libero dibattito in Assemblea. A tale proposito, e a conferma della correttezza della proposta del Presidente, ricorda come, nella seduta antimeridiana di oggi, la Commissione Giustizia abbia ritenuto opportuno accogliere solo alcuni dei rilievi espressi in sede consultiva dalle Commissioni I e VII.

Massimo PARISI (PdL) ritiene che il parere della I Commissione sia significativo e che la relativa condizione debba essere recepita.

Tancredi TURCO (M5S) pur non condividendo il parere della I Commissione, dichiara il voto di astensione del proprio gruppo sulla proposta di conferimento del mandato ai relatori, poiché ritiene che comunque il testo necessiti di alcune rilevanti modifiche.

Daniele FARINA (SEL) dichiara di nutrire il dubbio che la I Commissione, per esprimere un parere di natura politica, si sia spinta oltre i propri ambiti di competenza, e ritiene che debba essere posto subito in votazione il mandato ai relatori.

Ivan SCALFAROTTO (PD), relatore, dichiara di accogliere con rispetto il parere della I Commissione. Ricorda, peraltro, come i relatori abbiano lavorato con grande spirito di ascolto e come stiano ancora lavorando per offrire all’Assemblea delle soluzioni che diano ulteriori garanzie e rassicurazioni sul piano del pieno rispetto del diritto di manifestazione del pensiero, anche seguendo talune indicazioni fornite dal Sottosegretario Ferri nel corso dell’esame in Commissione. Condivide il dubbio del collega Daniele Farina circa il superamento degli ambiti di competenza propri della I Commissione, ricordando, inoltre, come la legge Reale-Mancino abbia superato il vaglio di costituzionalità e sia stata modificata nel 2006 proprio per garantire maggiormente la libertà di pensiero.

Massimo PARISI (PdL) ritiene che sia importante ascoltare anche l’altro relatore e chiede, quindi, che la seduta sia sospesa in attesa del collega Antonio Leone.

Donatella FERRANTI, presidente, assicura che il collega Leone è a conoscenza della seduta di oggi.
Ricorda, inoltre, come il conferimento del mandato al relatore non sia una fase definitiva dell’esame del provvedimento, costituendo solo il momento conclusivo della fase istruttoria rappresentata dall’esame in Commissione in sede referente.
Ribadisce che il provvedimento è iscritto nel calendario dei lavori dell’Assemblea a partire da lunedì prossimo e che, pertanto, oggi la Commissione deve conferire il mandato ai relatori. Sottolinea, infatti, come l’articolo 79, comma 1, ultimo periodo, del Regolamento, preveda un preciso obbligo in tal senso e come il Presidente della Commissione debba assicurarne il rispetto.

Massimo PARISI (PdL) precisa di non avere inteso dire che il suo gruppo non intende votare sulla proposta di conferimento del mandato ai relatori e, pertanto, dichiara che oggi il PdL voterà su tale proposta.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, ricorda come, ai sensi dell’articolo 25 della Costituzione, le condotte penalmente rilevanti debbano essere determinate e come, invece, l’avverbio «apertamente» e l’aggettivo «aperto» riferiti, rispettivamente, all’istigazione e all’incitamento, rappresentino degli elementi di assoluta indeterminatezza e, quindi, di discrezionalità. Ritiene, inoltre, significativo che il parere nulla dica a proposito delle nozioni di omofobia e transfobia. Da giurista, prima ancora che nella qualità di Presidente della II Commissione, ritiene che non sussistano i presupposti per recepire la condizione apposta al parere della I Commissione.

Nicola MOLTENI (LNA) ritiene che sarebbe offensivo ritenere che la I Commissione abbia espresso un parere politico, trattandosi invece di un parere estremamente rilevante, che la Commissione Giustizia avrebbe tutto il tempo di esaminare e approfondire. A tal fine propone di rinviare l’esame del provvedimento a lunedì, per poi conferire nello stesso giorno il mandato ai relatori.

Anna ROSSOMANDO (PD) ricorda come non sia la prima volta che una Commissione conferisce il mandato al relatore, riservandosi di valutare nel corso dell’esame in Assemblea i pareri espressi dalle altre Commissioni. Osserva, inoltre, come la richiesta di rinvio del collega Molteni appaia singolare, posto che, per sua stessa ammissione, egli esprimerebbe comunque un voto contrario, anche in caso di recepimento del parere della I Commissione.

Nessun altro chiedendo di intervenire, la Commissione delibera di conferire il mandato ai relatori, onorevoli Leone e Scalfarotto, di riferire in senso favorevole all’Assemblea sul provvedimento in esame. Delibera altresì di chiedere l’autorizzazione a riferire oralmente.

Donatella FERRANTI (PD), presidente, si riserva di designare i componenti del Comitato dei nove sulla base delle indicazioni dei gruppi.

La seduta termina alle 14.30.

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ITER dei disegni di legge in materia di unioni civili (A.S. 15, A.S. 197, A.S. 204, A.S. 239 e A.S. 314)

SENATO DELLA REPUBBLICA

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——————– XVII LEGISLATURA ——————–

 Commissione permanente (GIUSTIZIA)

Resoconto sommario n. 10 del 05/06/2013
Presidenza del Presidente PALMA

La seduta inizia alle ore 11,05.

IN SEDE REFERENTE

SUI LAVORI DELLA COMMISSIONE

In esito ad un ampio dibattito nel quale intervengono i senatori FALANGA (PdL), BARANI (GAL), il presidente PALMA, CASSON (PD) e BUEMI (Aut (SVP, UV, PATT, UPT) – PSI) la Commissione conviene di integrare l’ordine del giorno della prossima settimana con l’inserimento dei disegni di legge  in materia di unioni civili (atti Senato 15, 197, 204, 239 e 314) e sul reato di tortura (atti Senato 362, 388 e 395).

La seduta termina alle ore 12,30.

ORDINE DEL GIORNO

per le sedute

11ª seduta: martedì 11 giugno 2013, ore 14

12ª seduta: mercoledì 12 giugno 2013, ore 15

E’ calendarizzato come sesto punto all’ordine del giorno l’avvio dell’iter legislativo su:

VI. Esame congiunto dei disegni di legge in materia di unioni civili (A.S. 15, A.S. 197, A.S. 204, A.S. 239 e A.S. 314)

1. LO GIUDICE ed altri. – Norme contro la discriminazione matrimoniale. (15)

(Parere della 1ª Commissione)

2. ALBERTI CASELLATI ed altri. – Modifiche al codice civile in materia di disciplina nel patto di convivenza. (197)

(Pareri della 1ª e della 5ª Commissione)

3. DE PETRIS ed altri. – Disposizioni in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio da parte delle coppie formate da persone dello stesso sesso. (204)

(Pareri della 1ª , della 5ª e della 12ª Commissione)

4. GIOVANARDI. – Introduzione nel codice civile del contratto di convivenza e solidarietà. (239)

(Pareri della 1ª, della 5ª e della 6ª Commissione)

5. BARANI. – Disciplina dei diritti e dei doveri di reciprocità dei conviventi. (314)

(Pareri della 1ª, della 5ª, della 11ª e della 12ª Commissione)

– Relatori alla Commissione Monica CIRINNA’ (PD) e FALANGA (PDL).

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2ª Commissione permanente (GIUSTIZIA)

Resoconto sommario n. 13 del 18/06/2013

13ª Seduta (antimeridiana)

Presidenza del Presidente PALMA

Intervengono i sottosegretari di Stato per la giustizia Berretta e Ferri.

La seduta inizia alle ore 12,05.

(15) LO GIUDICE ed altri.  –  Norme contro la discriminazione matrimoniale

(197) ALBERTI CASELLATI ed altri.  –  Modifiche al codice civile in materia di disciplina del patto di convivenza

(204) DE PETRIS ed altri.  –  Disposizioni in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio da parte delle coppie formate da persone dello stesso sesso

(239) GIOVANARDI.  –  Introduzione nel codice civile del contratto di convivenza e solidarietà

(314) BARANI e MUSSOLINI.  –  Disciplina dei diritti e dei doveri di reciprocità dei conviventi

(393) ORELLANA ed altri.  –  Modifiche al codice civile in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio in favore delle coppie formate da persone dello stesso sesso

(Esame congiunto e rinvio)

 

Riferisce la senatrice CIRINNA’.

I disegni di legge in titolo sono accomunati dall’intento di introdurre nell’ordinamento giuridico italiano norme dirette a disciplinare relazioni affettive e familiari che nei decenni successivi all’ultimo importante intervento sul regime italiano della famiglia, e cioè alla riforma del 1975, hanno conosciuto una significativa crescita sia sotto il profilo della diffusione che sotto quello dell’accettazione culturale, e che invece sono rimasti privi di una disciplina unitaria.

Ciò detto, vi è indubbiamente una significativa differenza di impostazione e di oggetto da un lato tra i disegni di legge nn. 15, 204 e 393, aventi entrambi ad oggetto la disciplina del matrimonio e della famiglia tra persone dello stesso sesso, e dall’altro i disegni di legge nn. 197, 239 e 314, che hanno invece ad oggetto la disciplina giuridica della convivenza fra persone non coniugate, indipendentemente dal fatto se siano o meno di sesso diverso.

Ne consegue che una delle prime valutazioni che dovrà svolgere la Commissione concerne la scelta tra la prosecuzione di un esame congiunto – diretto ad elaborare un testo che, intervenendo su norme diverse del codice civile, punti ad una risistemazione complessiva di questa materia – ovvero la disgiunzione dell’esame dei due gruppi di disegni di legge.

L’adeguamento della disciplina dell’istituto matrimoniale alle trasformazioni della società e all’espansione dei diritti degli individui tutelati dall’ordinamento non può, evidentemente, non tenere conto del profondo mutamento culturale intervenuto nei confronti della legittimità e dell’accettazione degli orientamenti sessuali degli individui, in particolare da quando, nel 1990, l’Organizzazione mondiale della sanità ha cancellato l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, definendola invece come una “variante del comportamento umano”.

Questo nuovo paradigma culturale ha trovato poi un’esplicita sanzione nell’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea approvata a Nizza il 7 dicembre del 2000 che al divieto – ormai consolidato nella tradizione delle carte dei diritti e delle costituzioni di orientamento liberale – di ogni forma di discriminazione diretta o indiretta tra gli esseri umani basata sul sesso, sulla razza, sulla nazionalità e sulle convinzioni politiche o religiose, ha aggiunto anche il divieto sulle discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale.

Poiché l’articolo 21 della stessa Carta dei diritti sancisce il diritto per i cittadini europei di sposarsi e costituire una famiglia, secondo le leggi nazionali, si palesava la possibilità che l’esclusione per le persone dello stesso sesso legate da una relazione affettiva e di vita di accedere al diritto riconosciuto dall’articolo 9 costituisse di per sé una discriminazione.

Alla luce di queste considerazioni, si sono affermati nuovi orientamenti interpretativi anche rispetto alla Convenzione per la protezione dei diritti umani e per le libertà fondamentali.

In particolare, si segnala la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 24 giugno 2010 sul caso Schalk e Kopf contro l’Austria.

Nel corso del primo decennio di questo secolo, quindi, un numero crescente di stati ha introdotto nel proprio ordinamento istituti giuridici diretti a fornire un riconoscimento più o meno ampio alle coppie omosessuali, o attraverso l’allargamento a queste ultime della possibilità di accedere all’istituto matrimoniale, ovvero attraverso l’introduzione di forme pattizie di disciplina della convivenza applicabili, in via esclusiva o meno, alle coppie formate da persone dello stesso sesso.

In particolare, l’Olanda ha introdotto per prima, nel 2000, in Europa l’estensione del matrimonio civile alle persone dello stesso sesso seguita da Belgio, Spagna, Norvegia, Svezia, Portogallo, Islanda, Danimarca e, quest’anno, dalla Francia.

Molti di questi paesi, del resto, ad esempio la stessa Francia fin dal 1999 con l’introduzione del patto civile di solidarietà, avevano già introdotto forme di regolamentazione del rapporto di convivenza tra persone non coniugate, evidentemente applicabili anche alle coppie omosessuali.

Altri paesi europei, quali la Finlandia, la Germania, la Svizzera, l’Austria, l’Irlanda, la Repubblica ceca, Andorra, l’Ungheria, la Slovenia e il Lussemburgo, hanno istituti giuridici che estendono diritti analoghi al matrimonio applicabili alle coppie omosessuali a volte, come nel caso della “convivenza registrata” in vigore in Germania dal 1° agosto 2001, in via esclusiva.

Tra i Paesi che hanno riconosciuto il matrimonio o altra forma di tutela delle coppie omosessuali, alcuni hanno riconosciuto il diritto all’adozione, altri lo hanno negato, altri infine lo riconoscono limitatamente ai figli del partner.

In Italia l’irrisolta questione della tutela giuridica delle coppie omosessuali ha determinato la pronuncia della Corte costituzionale con la nota sentenza n. 138 del 2010 che, mentre fissa un principio generale circa il diritto dei cittadini omosessuali a vivere una condizione di coppia giuridicamente tutelata, chiede al legislatore di individuare le forme di tale tutela, attribuendo alla sua sensibilità politica e giuridica la scelta fra l’apprestamento di uno strumento giuridico che conferisca a tale coppia una tutela alla luce dell’articolo 2 della Costituzione, equiparandola ad altre formazioni sociali nelle quali si svolge la personalità umana, ovvero alla luce dell’articolo 29, vale a dire estendendo alle coppie dello stesso sesso il regime matrimoniale, nella consapevolezza che l’evoluzione della società e del costume ha profondamente modificato la nozione tradizionale di famiglia e di matrimonio, così come ancora vigente all’epoca dell’approvazione della Carta costituzionale.

La giurisprudenza di legittimità ha mostrato di volersi adeguare all’indirizzo interpretativo del giudice delle leggi, come dimostra la sentenza n. 4184 del 2012 con la quale la Corte di cassazione ha riconosciuto l’esistenza di una titolarità del diritto alla vita famigliare per le coppie dello stesso sesso.

Non così ha fatto il legislatore italiano, relegando il nostro Paese a una condizione condivisa in Europa con i paesi più arretrati sul piano dei diritti.

Come si è detto, gli atti Senato nn. 15, 204 e 393, rispetto all’alternativa rappresentata dalla Corte costituzionale al Parlamento, appaiono diretti ad estendere la nozione tradizionale di famiglia fondata sul matrimonio riconoscendo l’accesso a quest’ultimo anche alle coppie dello stesso sesso.

Il disegno di legge n. 15 non introduce un istituto giuridico specifico al riguardo, ma modifica gli articoli 107 e 108 del codice civile nel senso di sostituire nella descrizione della forma della celebrazione e dell’inopponibilità di termini e condizioni il riferimento al marito e alla moglie con quello ai coniugi, e lo stesso avviene con le disposizioni dei commi 3 e 4 dell’articolo 2, che intervengono sull’articolo 5 della legge n. 898 del 1° dicembre 1980, in materia di scioglimento degli effetti civili del matrimonio e con le disposizioni finali di cui all’articolo 3 che stabiliscono la sostituzione in tutti i testi normativi dei riferimenti al marito o alla moglie con quello al coniuge o ai coniugi.

I disegni di legge nn. 204 e 393, invece, a conclusione della Sezione I del capo terzo del codice civile, relativa alla disciplina del matrimonio celebrato davanti all’ufficiale di stato civile, dopo l’articolo 90 inseriscono un articolo 90-bis che introduce la nozione di “matrimonio egualitario”, stabilendo che il matrimonio possa essere contratto tanto da persone di sesso diverso, quanto da persone dello stesso sesso, con i medesimi requisiti ed effetti.

Per quanto riguarda la disciplina del cognome dei coniugi, mentre il disegno di legge n. 15 inserisce dopo l’articolo 143-bis – che, come è noto, dispone che la moglie aggiunga al proprio cognome quello del marito – una disposizione, articolo 143-ter, riservata specificamente ai coniugi dello stesso sesso, stabilendo che questi possano scegliere tra i loro cognomi quello della famiglia, che può essere anteposto o postposto all’altro, i disegni di legge nn. 204 e 393, invece, intervengono in modo più generale – il secondo in maniera più semplice – sulla questione del cognome sostituendo l’articolo 143-bis con una nuova disciplina.

Si propone infatti che i coniugi possano conservare i propri cognomi, ovvero adottare un cognome comune formato dall’unione dei loro cognomi.

I disegni di legge nn. 204 e 393, a differenza del disegno di legge n. 15, intervengono anche in materia di filiazione tra persone dello stesso sesso; si prevede infatti che il coniuge dello stesso sesso sia considerato genitore del figlio dell’altro coniuge fin dal momento del concepimento in costanza di matrimonio, anche quando il concepimento avviene attraverso il ricorso a tecniche di riproduzione medicalmente assistita inclusa la maternità surrogata.

Tale disposizione, evidentemente, implica l’abrogazione, recata dal comma 5, dello stesso articolo 3, delle disposizioni di cui alla legge n. 40 del 2004 che limitano il ricorso alla procreazione medicalmente assistita alle coppie formate da persone di sesso diverso e che vietano la surrogazione di maternità.

I disegni di legge nn. 197, 239 e 314, invece, si propongono di introdurre una disciplina giuridica della convivenza, senza distinzione tra l’ipotesi di eterosessualità o omosessualità di conviventi.

Il disegno di legge n. 197, in particolare, introduce dopo il titolo VI del libro I del codice civile il titolo VI-bis, intitolato “Del patto di convivenza”, con il quale si stabilisce che questo è un patto con il quale due soggetti maggiorenni, di stato libero, che non siano vincolati ad altro patto di convivenza trascritto, che non siano legati da vincoli di parentela entro il secondo grado o da rapporti di adozione o di affiliazione e che non siano stati adottati dalla stessa persona, mediante atto sottoscritto davanti ad un notaio, assumano reciproci obblighi di assistenza morale e materiale, stabilendo una residenza comune.

Tale patto viene iscritto in un registro nazionale dei patti di convivenza, competente a rilasciare apposito certificato.

Alle parti del patto di convivenza sono estesi i diritti e i doveri spettanti ai coniugi in materia di assistenza sanitaria e penitenziaria e, in caso di morte del convivente conduttore di un immobile l’altro convivente può succedergli nel contratto.

Il patto si scioglie, oltre che per la morte di uno dei contraenti, per comune accordo, per decisione unilaterale, per matrimonio di uno dei contraenti.

Qualora il patto sia sciolto per comune accordo, per decisione unilaterale o per matrimonio, al convivente che non sia in grado di provvedere alle proprie necessità spetta un assegno di mantenimento, fino a quando l’avente diritto contragga un nuovo matrimonio o un nuovo patto di convivenza.

Il disegno di legge n. 239, che introduce nel codice civile, al titolo III del libro IV, un capo XXVI-bis denominato “Del contratto di convivenza e solidarietà”, disciplina tale nuova fattispecie giuridica in modo in gran parte simile al disegno di legge n. 197.

Esso tuttavia stabilisce, anche, in maniera articolata una serie di diritti patrimoniali consentendo alle parti di stabilire il regime di comunione ordinaria per i beni acquistati a titolo oneroso successivamente alla stipula del contratto, nonché una riserva sull’eredità – in deroga al divieto generale di patti successori di cui all’articolo 458 del codice civile – a favore del convivente sopravvissuto, purché la convivenza non sia stata inferiore a nove anni, nel rispetto delle quote spettanti ai legittimari.

Un’altra disposizione rilevante, è quella in materia di diritto del convivente che abbia stipulato un contratto da almeno 5 anni e presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente a partecipare agli utili della stessa.

Va altresì rilevato che, oltre alle cause di scioglimento del patto di convivenza previste dal disegno di legge n. 197, il disegno di legge n. 239 prevede la risoluzione del patto di convivenza e solidarietà anche per matrimonio dei conviventi ovvero per mancanza di effettiva convivenza per tre anni.

Il disegno di legge n. 314, invece, non introduce un nuovo istituto pattizio, ma stabilisce taluni principi in materia di diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi, in particolare in materia di diritto a visitare ed assistere il convivente ricoverato in strutture ospedaliere pubbliche o private, di essere designato dall’altro convivente quale rappresentante con pieni poteri in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere per le decisioni in materia di salute, ovvero in caso di morte per le decisioni in materia di donazione di organi, di trattamento del corpo e di celebrazioni funerarie.

In caso di morte di uno dei conviventi, poi, si riconosce il diritto vitalizio del superstite ad abitare, fino a quando non abbia contratto matrimonio o iniziato una nuova convivenza, nella casa di proprietà del coniuge defunto, nonché il diritto alla successione nel contratto di locazione.

Infine, si stabilisce l’estensione dell’obbligazione alimentare a favore del convivente che versi nelle condizioni previste dall’articolo 438 del codice civile, anche dopo la cessazione della convivenza, per un periodo limitata determinato in proporzione alla durata della convivenza stessa.

Il seguito dell’esame congiunto è quindi rinviato.

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2ª Commissione permanente (GIUSTIZIA)

Resoconto sommario n. 14 del 18/06/2013

GIUSTIZIA    (2ª)

 

Presidenza del Presidente PALMA

indi del Vice Presidente CASSON

Interviene il sottosegretario di Stato per la giustizia Berretta.

La seduta inizia alle ore 14,05.

IN SEDE CONSULTIVA

IN SEDE REFERENTE

 

(Seguito dell’esame congiunto e rinvio)

 

Riprende l’esame congiunto sospeso nell’odierna seduta antimeridiana.

 

Riferisce alla Commissione il senatore FALANGA (PdL).

Nel condividere le linee generali dell’intervento della correlatrice Cirinnà svolge una puntuale disamina della sentenza della Corte costituzionale 138 del 2010.

Tale sentenza prendeva le mosse da una questione di legittimità sollevata dalla Corte d ‘appello di Venezia, in sede di gravame verso un ricorso giurisdizionale sollevato da due cittadini italiani dello stesso sesso contro il rifiuto dell’ufficiale dello stato civile di trascrivere il matrimonio da essi contratto in Spagna.

La Corte, come è noto, nel riconoscere il diritto dei cittadini omosessuali ad una vita famigliare, affermò però la necessità di uno strumento legislativo per dare attuazione al diritto stesso, osservando nel contempo come l’individuazione di tale strumento era rimessa alla sensibilità politico-culturale del legislatore in quanto rappresentante del popolo, e al quale era quindi demandata la scelta tra un riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali fondato sull’articolo 2 della Costituzione, e cioè sulla tutela delle formazioni sociali nelle quali si svolge la personalità umana, ovvero sull’articolo 29, nel senso cioè di ritenere estensibile anche alle coppie dello stesso sesso la nozione di famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, estendendo pertanto l’applicazione di tale istituto anche a tali coppie.

Come già rilevato dalla correlatrice, i disegni di legge in titolo possono essere suddivisi tra quelli, gli atti Senato 15, 204 e 393, che si ispirano a tale seconda soluzione, prevedendo il cosiddetto matrimonio egalitario, e quelli. gli atti Senato 197, 239 e 314, che regolamentano la convivenza, senza distinguere se essa avvenga tra persone dello stesso sesso o meno.

Nell’illustrare il primo gruppo di disegni di legge, il relatore, mentre esprime apprezzamento per la semplicità della tecnica normativa del disegno di legge n. 15, si sofferma sulla disposizioni in materia di adozione e filiazione recate dai disegni di legge n. 204 e 393, e sull’impatto da essi determinato sulle vigenti disposizioni in materia di adozione e di procreazione medicalmente assistita.

Passa poi ad illustrare i disegni di legge che disciplinano la convivenza, rilevando come la loro formulazione presenti numerosi criticità.

In particolare, per quanto riguarda il disegno di legge n. 197, il relatore si sofferma sulle disposizioni relative alla forma del patto di convivenza, in ordine al quale mentre all’articolo 1 si dice che deve essere effettuato per atto pubblico, per altro verso sembra configurarlo come un mero atto con sottoscrizione autenticata.

Quanto al disegno di legge n. 239, diverse disposizioni suscitano perplessità, a cominciare dalla contraddittorietà rilevabile nelle cause del contratto di convivenza, dal momento che mentre si consente la risoluzione per recesso unilaterale, si stabilisce poi che la risoluzione possa dipendere anche dalla mancanza di effettiva convivenza per oltre tre anni, circostanza che non si comprende a questo punto perché mai una delle parti dovrebbe avere interesse ad eccepire, potendo comunque risolvere unilateralmente il rapporto, mentre appare superflua la disposizione sui diritti nell’attività di impresa, suscita vive perplessità la deroga al diritto dei patti successori.

Quanto al disegno di legge n. 314, d’iniziativa del senatore Barani, esso non introduce un nuovo istituto ma individua dei diritti e dei doveri derivanti da una convivenza stabile di almeno tre anni così come disciplinata dal decreto del Presidente della Repubblica n. 223 del 1989.

Anche qui però vi sono numerose disposizioni poco chiare, in particolare l’articolo 6 che prevede contraddittoriamente la successione del convivente in un contratto di locazione già risolto.

Egli ritiene in definitiva che le disposizioni in materia di convivenza debbano essere oggetto di un’attenta riflessione diretta in particolare a rendere l’intervento normativo per quanto possibile snello.

Conclude manifestando l’opinione che l’esame dei disegni di legge in materia di matrimonio egalitario e di quelli in materia di disciplina della convivenza debba proseguire disgiuntamente.

 

Dopo brevi interventi su tale ultimo punto della correlatrice CIRINNA’(PD), del senatore BARANI (GAL) e del senatore  LO GIUDICE(PD),  il presidente PALMA invita i colleghi ad una riflessione sull’opportunità di proseguire l’iter congiuntamente ovvero di disgiungere l’esame.

Il seguito dell’esame congiunto è quindi rinviato.

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2ª Commissione permanente (GIUSTIZIA)

Resoconto sommario n. 17 del 26/06/2013

17ª Seduta

Presidenza del Presidente
PALMA
indi del Vice Presidente
CASSON

Intervengono i sottosegretari di Stato per la giustizia Ferri e Berretta.

La seduta inizia alle ore 17,05.

Riprende l’esame congiunto sospeso nella seduta pomeridiana del 18 giugno scorso.

Il presidente PALMA ricorda che era stata svolta la relazione sui disegni di legge in titolo.
Dichiara quindi aperta la discussione generale.

Il senatore LO GIUDICE (PD) esprime vive compiacimento per il fatto di intervenire in discussione generale proprio nel giorno in cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha pronunciato una sentenza storica, dichiarando l’incostituzionalità della recente legge con la quale si escludevano dalla tutela della legge federale i matrimoni omosessuali celebrati nei dieci Stati che hanno finora riconosciuto tale istituto.
L’Europa del resto non è certo indietro agli Stati Uniti per quanto riguarda il riconoscimento del diritto dei cittadini a non essere discriminati a secondo delle proprie preferenze sessuali.
Ovviamente l’Europa non è uno stato federale, e tuttavia vi è una sufficiente base di testi normativi, si pensi in particolare al trattato costituzionale europeo oltre alle numerose direttive, nonchè di interpretazioni giurisprudenziali, da poter dire che quello della parità di trattamento davanti alla legge, indipendentemente dall’orientamento sessuale, è un principio acquisito a livello continentale.
Molti Paesi aderenti all’unione, in realtà, hanno riconosciuto negli ultimi anni il matrimonio omosessuale, mentre altri hanno apprestato nuovi e specifici strumenti giuridici al fine di dare il riconoscimento alle coppie composte da persone dello stesso sesso.
Questo principio è stato in particolare riconosciuto anche in Italia con la sentenza della Corte Costituzionale n. 138 del 2010, che ha riconosciuto il diritto degli omosessuali ad una propria vita familiare, lasciando al legislatore, come è già stato ricordato dal relatore, la scelta di intervenire estendendo alle persone dello stesso sesso la tutela apprestata dall’articolo 29 della Costituzione alla famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio, ovvero regolamentando le unioni omosessuali con un apposito istituto giuridico, in attuazione della promozione delle formazioni sociali nelle quali si svolge la personalità umana prevista dall’articolo 2 della Carta costituzionale.
Questa duplicità di risposte corrisponde del resto a quella che è stata l’esperienza storica europea in questi anni dove, accanto a Paesi che hanno più rapidamente percorso la strada del matrimonio egalitario, ve ne sono stai altri – in particolare i Paesi scandinavi, la Germania e il Regno Unito – che hanno introdotto istituti specifici per la regolamentazione delle Coppie omosessuali.
Va detto però che proprio la previsione di una disciplina differenziata rispetto a quella derivante dal matrimonio ha determinato una serie di interventi delle Corti costituzionali nazionali o della Corte europea dei diritti umani che hanno indotto dapprima i paesi del nord, e fra poco anche il Regno Unito, mancando unicamente il voto della Camera dei Lords, ad estendere l’istituto matrimoniale alle persone dello stesso sesso.
Nell’osservare come proprio tale considerazione lo abbia indotto a presentare un disegno di legge che segue l’opzione del matrimonio egalitario, osserva però come sia improprio considerare i disegni di legge in titolo come espressione delle due diverse opzioni offerte dalla Corte costituzionale al legislatore.
Infatti, se è vero che i disegni di legge nn. 15, 204 e 393 rispondono ad una di tali alternative, e cioè all’estensione del matrimonio alle persone dello stesso sesso, non è parimenti vero che i disegni di legge nn. 197, 239 e 314 si muovano nel solco della seconda alternativa proposta dal giudice delle leggi, dal momento che essi non introducono un nuovo istituto giuridico destinato a regolamentare le relazioni fra persone dello stesso sesso, ma rispondono ad un’altra esigenza, certamente anch’essa estremamente meritevole di tutela da parte del legislatore, che è quella di dare un riconoscimento giuridico alle coppie conviventi – eterosessuali o omosessuali che siano – che per qualunque motivo decidano di non unirsi in matrimonio.
Fu proprio la mancanza della consapevolezza di quanto fossero diversi i beni giuridici tutelati, che determinò nel corso della XV legislatura – quando proprio questa Commissione esaminò l’introduzione nel nostro ordinamento dei patti di solidarietà ovvero dei cosiddetti “DICO” – il fallimento di quel tentativo.
A suo parere quindi i due gruppi di disegni di legge dovrebbero avere un percorso separato.
Per quanto riguarda i secondi, poi, egli osserva come essi perseguano l’obiettivo di tutelare i diritti delle persone conviventi secondo due strade molto diverse.
I disegni di legge nn 197 e 239, infatti, intendono istituire una sorta di patto o contratto tra le persone conviventi, al quale sono collegate determinate conseguenze; il disegno di legge n. 314 del senatore Barani, invece – a suo parere più correttamente, proprio perché lo scopo dell’intervento legislativo proposto è quello di regolamentare e tutelare diritti e doveri che discendono da una convivenza non sancita dal matrimonio – fa discendere tali conseguenze direttamente dalla circostanza di fatto della convivenza.
Rispondendo ad una richiesta di precisazioni da parte del relatore Falanga, poi, il senatore Lo Giudice precisa che nel disegno di legge da lui presentato non si detta una disciplina specifica per l’adozione da parte delle coppie conviventi in quanto si è scelto di sostituire semplicemente la nozione di coniugi a quella di marito e moglie dovunque ricorra nella legislazione, una scelta che di per sé determinerebbe l’estensione dell’adozione anche alle coppie coniugate omosessuali.
In ogni caso egli osserva che, indipendentemente da come si sceglierà di regolamentare la materia delle adozioni, è comunque importante che, con l’introduzione nel nostro ordinamento del matrimonio egalitario, venga stabilita una condizione di genitorialtà di entrambi i coniugi nei confronti del figlio di uno di questi, soprattutto a tutela dei diritti del bambino, in caso ad esempio di morte del genitore naturale.

Il senatore AIROLA (M5S) deplora il fatto che sia stato consentito al senatore Lo Giudice di superare, sia pure di poco, il termine di venti minuti previsto per l’intervento in discussione generale e che gli si sia concesso di fatto di interloquire con il relatore.

Il seguito dell’esame congiunto è quindi rinviato.

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2ª Commissione permanente (GIUSTIZIA)
Resoconto sommario n. 18 del 02/07/2013

18ª Seduta

Presidenza del Presidente
PALMA
indi del Vice Presidente
BUCCARELLA

Interviene il sottosegretario di Stato per la giustizia Berretta.
(Seguito dell’esame congiunto e rinvio. Disgiunzione dei disegni di legge nn. 197, 239 e 314)

Riprende l’esame congiunto sospeso nella seduta del 26 giugno scorso.

Il presidente PALMA ricorda che sui disegni di legge in titolo si è svolta una relazione congiunta nella quale entrambi i relatori, senatrice Cirinnà e senatore Falanga, hanno concordato sul fatto che i disegni di legge nn. 15, 204 e 393, in materia di matrimoni tra persone dello stesso sesso da un lato e i disegni di legge nn. 197, 239 e 314 in materia di disciplina delle coppie di fatto dall’altro, hanno ad oggetto esigenze e situazioni sostanzialmente diverse e si prestano dunque ad un esame e a un esito separato.

Parimenti, la stessa opinione è stata espressa dal senatore Lo Giudice, nell’unico intervento svolto finora in discussione generale.

L’Ufficio di Presidenza integrato dai rappresentanti dei Gruppi, da lui investito dalla questione, ha proposto pertanto la disgiunzione dal primo gruppo dei disegni di legge dall’altro, in modo che possano avere percorsi separati.

Egli pertanto propone la disgiunzione dei disegni di legge nn. 15, 204 e 393 e il seguito congiunto del loro esame, e allo stesso modo il seguito congiunto dell’esame dei disegni di legge nn. 197, 239 e 314 dando per acquisite la fase delle relazioni e attribuendo alla discussione generale sui disegni di legge n. 15 e congiunti l’intevento svolto dal senatore Lo Giudice.

Egli fa altresì presente che è stata assegnato alla Commissione il disegno di legge n. 14 del senatore Manconi recante: “Disciplina delle unioni civili” di cui si dovrà valutare la congiunzione con i disegni di legge nn. 197, 239 e 314.

Dopo alcune osservazioni dei senatori LO GIUDICE (PD), BARANI (GAL) e AIROLA (M5S), la Commissione concorda.

 

(La seduta continua con l’esame dei soli disegni di legge in materia di matrimonio egualitario)

 

(15) LO GIUDICE ed altri.  –  Norme contro la discriminazione matrimoniale

(204) DE PETRIS ed altri.  –  Disposizioni in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio da parte delle coppie formate da persone dello stesso sesso

(393) ORELLANA ed altri.  –  Modifiche al codice civile in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio in favore delle coppie formate da persone dello stesso sesso

(Seguito dell’esame congiunto e rinvio)

Riprende l’esame congiunto.

Il senatore BARANI (GAL) si esprime in modo complessivamente favorevole  sull’introduzione nell’ordinamento italiano dell’istituto del matrimonio egalitario, che negli ultimi anni è entrato nella legislazione di un numero crescente di paesi europei e non.

Egli si rende conto peraltro di quanto sia difficile il percorso legislativo di un’iniziativa di questo genere in un paese tradizionalmente gravato dall’ingerenza della Chiesa cattolica anche nella legislazione civile, e fa presente di non aver presentato disegni di legge in questa materia, ma di aver assunto un’iniziativa a favore del riconoscimento dei diritti e doveri delle coppie conviventi, proprio nella consapevolezza di una condizione storica che rappresenta una assoluta peculiarità del nostro paese.

Il riconoscimento del diritto ad una vita famigliare delle persone omosessuali rappresenta il punto finale di un lungo percorso storico che in Italia inizia con la presentazione nella X legislatura del disegno di legge n. 2340 della deputata socialista Alma Agata Cappiello, che peraltro non venne mai esaminato.

Dopo aver ricordato il percorso giurisprudenziale e legislativo che ha portato un numero crescente di Stati a riconoscere il matrimonio egalitario, il senatore Barani condivide quanto affermato in precedenza, in particolare dal senatore Lo Giudice, circa il fatto che la sua approvazione rappresenterebbe l’attuazione dell’articolo 29 della Costituzione letto alla luce delle trasformazioni sociali e culturali intervenute nei decenni seguiti all’approvazione della Carta costituzionale e alla luce del principio di uguaglianza stabilito dall’articolo 3 della Costituzione stessa.

Nel condividere dunque l’idea che i principi della nostra Costituzione debbano trovare attuazione attraverso una sempre maggiore estensione dei diritti civili e umani protetti dalla legge, osserva come purtroppo la stessa tensione verso l’attuazione dei valori costituzionali non si riscontri in relazione ad altri principi altrettanto fondamentali, quali quello della divisione dei poteri.

Il senatore LUMIA (PD) e il senatore LO GIUDICE (PD) ribadiscono l’opportunità già segnalata in precedenza di svolgere alcune audizioni informali con esperti nelle problematiche oggetto dei disegni di legge in titolo, sia sotto il profilo civilistico che sotto quello costituzionalistico, prima della chiusura della discussione generale.

Il seguito dell’esame congiunto è quindi rinviato.

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